Strage di Casalotti, la procura di Roma indaga per femminicidio: l’ombra di una fuga pianificata
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La caccia a Shahadat Hossain, il 43enne bengalese accusato di aver sterminato una famiglia nel quartiere romano di Casalotti, si sta concentrando sempre più sulla rete di presunti fiancheggiatori che potrebbero averlo aiutato a far perdere le proprie tracce; una fuga, quella del presunto killer, che secondo gli inquirenti sarebbe stata premeditata e pianificata fin nei minimi dettagli, complicando in maniera significativa le operazioni di rintraccio.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, hanno assunto una nuova piega con il passaggio del fascicolo al magistrato che si occupa di violenze di genere, Maurizio Arcuri, in seguito al consolidarsi della pista che vede nel rifiuto della donna alle avances dell’uomo il movente scatenante la furia omicida.
La strategia della fuga e il ruolo dei fiancheggiatori
Le forze dell’ordine, che hanno setacciato la Capitale con posti di blocco e controlli fino alle frontiere, ritengono sempre più probabile che il latitante non stia agendo in solitudine. L'ipotesi di una fuga organizzata è supportata dal fatto che, nonostante la massiccia caccia all’uomo estesa anche all'estero, con particolare attenzione a Londra e al Regno Unito, e le oltre cento segnalazioni arrivate al numero della Squadra Mobile, non si siano ancora trovate tracce concrete del 43enne.
Gli investigatori stanno quindi scandagliando la rete di contatti di Hossain e hanno già effettuato perquisizioni nelle abitazioni di alcuni connazionali, nel tentativo di individuare chi possa avergli fornito un rifugio o i mezzi per allontanarsi dalla Capitale, considerata l'assenza di risorse economiche per spostamenti complessi.
La testimonianza di Amir: il dolore dell'unico sopravvissuto
Mentre la macchina investigativa tenta di stringere il cerchio intorno al fuggitivo, rimane impressa la disperazione di Amir Ayan Hossain Uddin, il ventenne unico superstite della strage, ricoverato in neurochirurgia al Policlinico Gemelli sotto stretta protezione per motivi di sicurezza.
Il giovane, che ha subito un intervento per una frattura cranica ma le cui condizioni sono in miglioramento, ha ripercorso con dolore gli ultimi istanti trascorsi con la sua famiglia prima dell'aggressione, quando aveva lasciato la sorellina Arowa di appena otto anni davanti alla televisione per andare al lavoro, per poi non rivederla più.
Le sue parole, cariche di strazio, sono la voce di una tragedia che ha sconvolto l'intero quartiere e la comunità bengalese della capitale, dove le vittime – Kamal Uddin, la moglie Jahan e la piccola Arowa – erano note come persone tranquille e ben integrate.
La pista passionale e il movente dell'eccidio
L'inchiesta si sta quindi concentrando sulla genesi del massacro, avvenuto a colpi di mannaia nella serata del 26 giugno in via Montiglio. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Shahadat Hossain, che proprio il giorno del delitto avrebbe ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato politico dalla Questura di Frosinone, avrebbe lungamente molestato la donna, la quale aveva deciso di troncare una relazione che durava da anni.
Il rifiuto della vittima avrebbe innescato una spirale di violenza culminata con l'assassinio della donna e della figlia, che si trovavano in casa, e con l'omicidio del marito e il tentato omicidio del figlio al loro rientro. A complicare il quadro, emergono i precedenti del ricercato in Bangladesh, dove sarebbe stato coinvolto in episodi di estorsione e violenza sessuale e dove, secondo alcune fonti, ricopriva incarichi all'interno del partito nazionalista Bangladesh Nationalist Party (BNP).




