Strage di Casalotti, caccia al killer Shahadat Hossain: l’ipotesi di una rete di complici e le indagini internazionali
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Redazione Interno
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A oltre una settimana dal triplice omicidio di via Montiglio, nel quartiere Casalotti, la caccia a Shahadat Hossain, il 43enne bengalese accusato di aver sterminato la famiglia Uddin, si infittisce attorno a un’ipotesi investigativa che sta prendendo sempre più corpo: quella di una fuga pianificata e sostenuta da una rete di fiancheggiatori.
Gli investigatori della Squadra Mobile di Roma, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, non escludono che il latitante, ricercato anche per l'omicidio della piccola Arowa di otto anni, possa aver ricevuto aiuto per allontanarsi dalla Capitale, forse con l'obiettivo di raggiungere Londra, dove risiede la sua ex moglie con i tre figli della coppia.
Le indagini, nel frattempo, si sono allargate a livello internazionale, coinvolgendo le polizie di Regno Unito e Bangladesh per ricostruire il profilo e le possibili rotte di fuga di un uomo che, prima della strage, aveva già tentato senza successo di ottenere un titolo di soggiorno nella capitale britannica.
Il dolore del figlio sopravvissuto e la scorta al Gemelli
Mentre gli inquirenti setacciano ogni pista, la testimonianza più straziante arriva dall'unico sopravvissuto alla strage, Amir Hossain Uddin, il ventenne che ha assistito alla carneficina della sua famiglia. Ricoverato nel reparto di Neurochirurgia del Policlinico Gemelli e sottoposto a una rigorosa sorveglianza da parte della polizia, per motivi di sicurezza, il ragazzo ha finalmente potuto ricevere la visita di alcuni parenti giunti dal Bangladesh per abbracciarlo e ascoltare il suo racconto.
La sua voce è un grido di dolore che riecheggia tra le corsie dell'ospedale: "Dov'è la mia sorellina? Cosa le è successo?" – ha ripetuto con angoscia – "Quella sera mamma mi ha preparato da mangiare, poi sono uscito per andare al lavoro. Mia sorella stava davanti alla televisione, l'ho lasciata così a casa, e non l'ho più ritrovata".
Amir, che è stato inseguito e aggredito a colpi di mannaia dall'assassino dopo essere rientrato dal lavoro e aver trovato i corpi nascosti sotto un letto, è considerato un testimone chiave per ricostruire la dinamica e il movente dell'eccidio, che ha visto la morte di Kamal Uddin, 39 anni, della moglie Hosnejahan, 38, e della loro figlia Arowa, di soli 8 anni.
L'ombra di un movente passionale e le ipotesi sul piano di fuga
La pista che gli inquirenti stanno seguendo con maggiore convinzione è quella di un delitto a sfondo passionale, culminato in un femminicidio: la decisione di Jahan Hosne Momotoy di porre fine a una relazione che, secondo quanto emerso dalle chat telefoniche e dalle testimonianze raccolte nella comunità bengalese, andava avanti da anni, sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Shahadat Hossain, che era stato aiutato da Kamal a trovare alloggio e lavoro, non avrebbe accettato il rifiuto, scatenando una spirale di violenza che lo ha portato a sterminare l'intera famiglia, uccidendo il marito e la figlia come vittime collaterali, ostaggi della sua ossessione. Le indagini si concentrano ora sulla fase successiva al massacro: l'ipotesi di una fuga premeditata è avvalorata dal fatto che, nonostante le circa cento segnalazioni arrivate al numero della Squadra Mobile (3346903295), l'uomo è riuscito a far perdere le proprie tracce.
Gli agenti stanno analizzando i flussi di telecamere di tutta la città, incluso l'autostazione Tiburtina, da dove potrebbe essere partito per raggiungere i confini nazionali, e non è escluso che qualcuno lo stia attivamente nascondendo.
Indagini internazionali tra Roma, Londra e Dacca
La complessità del caso ha richiesto un'azione investigativa su scala internazionale. Gli investigatori inglesi sono in stretto contatto con la Squadra mobile di Roma, diretta da Roberto Giuseppe Pititto, per ricostruire il periodo trascorso da Hossain a Londra, dove la moglie si era trasferita con i figli dopo la separazione e dove l'uomo avrebbe cercato, senza riuscirci, di ottenere un permesso di soggiorno e di rientrare in possesso di alcuni beni.
Parallelamente, la polizia di Dacca ha eseguito perquisizioni presso i parenti del sospettato in Bangladesh, dove, secondo un familiare delle vittime, Hossain sarebbe già stato oggetto di inchieste per reati di estorsione e violenza sessuale, una circostanza su cui gli inquirenti stanno ora facendo luce per tracciare un profilo più completo del latitante.
L'analisi dei reperti, come la felpa insanguinata e la mannaia utilizzata per il massacro, insieme ai tabulati telefonici delle vittime, rappresenta un altro fronte caldo dell'indagine, mentre la comunità di Casalotti si prepara a onorare la memoria di Kamal, Jahan e della piccola Arowa, una famiglia spezzata da una violenza inaudita.




