Il piano di Lovaglio per Mps non conquista la Borsa, Titolo giù del 6,7%
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Redazione Economia
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C’era grande attesa, a dire il vero, per la presentazione del nuovo corso di Banca Monte dei Paschi di Siena, un’attesa che l’amministratore delegato Luigi Lovaglio ha cercato di soddisfare svelando i dettagli di un’operazione ambiziosa, per certi versi epocale: l’integrazione con Mediobanca, un progetto che ridisegna gli equilibri del credito italiano e proietta l’istituto senese, un tempo confinato entro i limiti di una dimensione regionale, verso un futuro di respiro internazionale. Il consiglio di amministrazione, riunitosi nella tarda serata di giovedì, ha dato il via libera al piano industriale per il periodo 2026-2030, un documento intitolato “Da radici profonde a nuove frontiere” che delinea la creazione di un gruppo bancario leader e diversificato, fondato su due marchi storici e su un modello di business che si vuole resiliente e competitivo. La promessa per gli azionisti, peraltro, è di quelle capaci di far gola a chiunque: un utile netto rettificato di 3,7 miliardi di euro al termine del piano e una distribuzione di dividendi complessiva, da qui al 2030, per 16 miliardi, il che equivarrebbe a un pay-out del 100% degli utili, con un rendimento annuo attorno al 12%, un livello che Lovaglio stesso ha definito tra i più alti in Europa per il settore bancario.
Eppure, nonostante i numeri da capogiro e le sinergie stimate in 700 milioni di euro a regime, il verdetto del mercato è stato tutt’altro che tenero. Nella seduta di venerdì, il titolo Mps ha aperto in rialzo per poi virare bruscamente e concludere gli scambi con un tonfo del 6,76%, bruciando in un solo giorno circa 1,8 miliardi di euro di capitalizzazione, un segnale inequivocabile di scetticismo da parte degli investitori. Un’accoglienza fredda che, a dire il vero, ha contagiato anche il titolo di Mediobanca, sceso del 6,24% nel medesimo contesto di incertezza. A pesare come un macigno, più ancora dei target a lungo termine giudicati da alcuni analisti “ambiziosi”, è stata la mancanza di dettagli concreti sul concambio azionario, un’omissione che ha prolungato il clima di incertezza che da settimane avvolge l’operazione.
L’assenza del concambio e i dubbi degli analisti sul piano
Se le promesse di utili e dividendi futuri rappresentano la carota per attrarre il consenso degli azionisti, il bastone è arrivato proprio dalla vaghezza su come avverrà tecnicamente l’acquisizione di Piazzetta Cuccia. Lovaglio e il cfo Andrea Maffezzoni hanno rinviato al 10 marzo la comunicazione del rapporto di cambio, una scadenza che cade dopo il termine del 6 marzo fissato per il deposito della lista per il rinnovo del cda di Mps, complicando non poco le valutazioni degli investitori in vista dell’assemblea di metà aprile. Gli analisti di Morgan Stanley, ad esempio, hanno parlato di un annuncio nel complesso deludente, non solo per l’assenza di queste indicazioni cruciali ma anche per una certa prudenza di fondo nella gestione del capitale e per l’orizzonte temporale dei target, giudicati troppo lontani e privi di obiettivi intermedi che consentano di monitorare l’esecuzione del piano. A ciò si aggiungono i timori sollevati da Autonomous Research sulla stabilità del business del wealth management di Mediobanca, un tassello fondamentale dell’integrazione su cui permangono interrogativi circa le possibili ricadute sull’intero gruppo.
La risposta del mercato, in fondo, racconta proprio di questo scollamento: da un lato la visione strategica di Lovaglio, che immagina un gruppo strutturato in cinque divisioni (dal Retail al rate banking, passando per la gestione del risparmio e il private banking) e che promette di mantenere un “eccesso di capitale” di 3 miliardi a fine piano, una potenza di fuoco da utilizzare per future opportunità di crescita o per aumentare la remunerazione degli azionisti. Dall’altro, la concretezza della Borsa che mal sopporta l’incertezza e che, nell’immediato, vede solo i costi dell’integrazione, stimati in 600 milioni (di cui 100 destinati ad aumentare gli stipendi dei banchieri per scongiurarne le dimissioni), e un progetto che, per usare le parole di Pietro Calì di Copernico Sim, appare “molto prudente” e fortemente legato all’andamento futuro dei tassi d’interesse.
Il “disimpegno” del governo Meloni e il nodo Generali
A complicare ulteriormente il quadro, peraltro, si è inserita una dichiarazione politica di peso, giunta a mercati aperti. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un’intervista a Bloomberg registrata mercoledì ma diffusa proprio mentre il titolo Mps affondava, ha affermato che “il ruolo del governo è terminato”, chiarendo che il Tesoro, con la sua partecipazione residua del 4,9%, non parteciperà alla nomina dei nuovi organi sociali. Una presa di distanza che, se da un lato certifica il successo della ristrutturazione voluta dall’esecutivo, dall’altro ha sollevato più di una perplessità tra le opposizioni, con il senatore del M5S Stefano Patuanelli che ha definito la scelta di parlare “a borse aperte” quantomeno “folle”, e il dem Antonio Misiani che l’ha bollata come “inopportuna e potenzialmente dannosa”. Meloni, nel corso della stessa intervista, ha comunque ribadito l’importanza strategica del risparmio nazionale e, con un occhio al futuro assicurativo del gruppo, ha sottolineato come sia fondamentale che le risorse raccolte in Italia possano essere reinvestite per rafforzare l’economia del paese.
Un tema, quest’ultimo, che tocca da vicino uno dei nodi più delicati dell’intera operazione: la partecipazione del 13% che Mediobanca detiene in Generali. Il piano di Lovaglio, infatti, prevede che questa quota, considerata strategica per la sua capacità di garantire stabilità e diversificazione agli utili, rimanga nella nuova entità che continuerà a chiamarsi Mediobanca, una società non quotata e controllata al 100% da Mps, dove confluiranno anche le attività di rate e private banking dedicate alla clientela più facoltosa. Un meccanismo complesso, che mira a separare la gestione della partecipazione assicurativa dal resto delle attività bancarie, preservandone il valore e il know-how. Ma la strada, come dimostra la reazione della Borsa, è ancora tutta in salita e lastricata di dettagli tecnici, tempistiche serrate e scetticismo da parte di chi, quel piano, dovrà finanziarlo.




