Italia guida il fronte anti tasse green ma l’Unione si spacca e perde tempo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La discussione, che si è protratta a lungo nel corso dell’ultimo Consiglio europeo, ha restituito un’immagine nitida della frattura che attraversa l’Europa sul tema della transizione energetica: da un lato l’Italia, sostenuta da un fronte variegato che include le nazioni del gruppo di Visegrad, l’Austria e la Grecia, ha tentato con forza di ottenere una sospensione immediata del sistema Ets (Emission Trading Scheme) per il settore termoelettrico. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva messo sul tavolo la richiesta di un intervento urgente, ritenendo il meccanismo di scambio delle quote di CO2 una delle componenti principali nell’inflazione dei prezzi dell’elettricità, un peso specifico che il nostro Paese, storicamente dipendente dal gas, sente in modo più acuto rispetto ad altri. Dall’altro lato, però, si è opposto un fronte altrettanto compatto: Francia e Germania, pur riconoscendo la necessità di qualche correttivo, hanno difeso l’architettura generale del sistema, mentre i Paesi del Nord Europa, insieme a Spagna e Portogallo, hanno opposto un muro green, rifiutando l’idea di smantellare un pilastro fondamentale delle politiche climatiche europee, giudicato essenziale per garantire sicurezza energetica e prevedibilità agli investimenti nella decarbonizzazione.

La posizione del governo italiano, guidato dalla premier Meloni e sostenuta dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, si è basata su un’analisi stringente della competitività industriale. Il ragionamento, che trova eco nelle sollecitazioni di Confindustria, è che il costo dell’energia, aggravato dall’Ets, rappresenti una zavorra insostenibile per settori come l’acciaio, la ceramica e la chimica—comparti che, in assenza di un intervento, rischiano di vedere erosi gli utili netti e i margini per gli investimenti in innovazione. La strategia italiana, oltre a chiedere lo stop del meccanismo sul termoelettrico, prevede anche la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore, un’optica volta a evitare che l’uscita graduale di queste agevolazioni, prevista in concomitanza con l’entrata a regime del Cbam (Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere), generi un’ulteriore fuga di produzione verso aree extraeuropee con regimi ambientali meno stringenti.

La mediazione di Bruxelles e le misure nazionali urgenti

Nonostante la spaccatura abbia impedito all’Italia di ottenere il risultato pieno della sospensione dell’Ets, il Consiglio non si è concluso con un nulla di fatto. La mediazione operata dalla Commissione europea, con il sostegno della presidente Ursula von der Leyen, ha permesso di includere nelle conclusioni del vertice una clausola fondamentale: la possibilità per gli Stati membri di adottare misure nazionali urgenti per mitigare l’impatto delle diverse componenti nella formazione del prezzo dell’elettricità. Questo varco, come sottolineato dalla stessa Meloni, consente all’Italia di proseguire nel dialogo con Bruxelles per far approvare il “decreto Bollette”, un provvedimento che mira a sterilizzare gli effetti della tassa sul carbonio per le centrali turbogas. Si tratta di un risultato che, sebbene non risolva la partita strutturale, rappresenta una boccata d’ossigeno immediata per il governo, che potrà ora lavorare su un quadro di riferimento nel breve termine, in attesa della revisione più ampia del sistema che la Commissione ha annunciato per il mese di luglio.

Il nodo centrale, infatti, rimandato a giugno prossimo, riguarda proprio la revisione strutturale dell’Ets. La Commissione, pur mostrando una certa apertura agli “amici dell’industria”, ha chiarito attraverso il commissario all’Industria Stéphane Séjourné che l’obiettivo non è abolire lo strumento, ma ridefinirlo affinché torni a essere percepito come un volano per gli investimenti piuttosto che come una tassa. Il pensiero che guida questa riflessione è che i proventi derivanti dalle aste delle quote debbano essere canalizzati direttamente nella modernizzazione degli impianti e nella decarbonizzazione dei processi produttivi. È su questo punto che l’Italia, che finora ha utilizzato solo una frazione di quei proventi per le politiche climatiche destinandone buona parte ad ammortizzare il debito pubblico, si trova ora a dover riconfigurare la propria strategia per evitare di restare isolata quando si passerà dalla fase emergenziale a quella di riordino normativo.

Il nodo della competitività e le resistenze interne

Mentre la battaglia diplomatica si consumava a Bruxelles, all’interno del dibattito italiano sono emerse voci dissonanti rispetto alla linea governativa. Una lettera firmata da 150 tra scienziati ed economisti, capeggiati dal premio Nobel Carlo Parisi, ha messo in guardia il governo contro i rischi di un arretramento sulle politiche di decarbonizzazione. La tesi sostenuta dai firmatari, tra cui l’economista Carlo Carraro, è che attaccare il sistema Ets in nome della competitività a breve termine rischi di rivelarsi una scelta miope: indebolire il prezzo del carbonio, infatti, toglierebbe certezze al mercato, rallentando gli investimenti in innovazione e rendendo il Paese più vulnerabile alle fluttuazioni dei combustibili fossili importati. In questa visione, l’alto costo dell’energia in Italia non dipende tanto dall’Ets, che incide per una percentuale limitata sulla bolletta finale, quanto dalla persistente dipendenza dal gas, che determina il prezzo dell’elettricità per oltre il 60% delle ore dell’anno.

A ciò si aggiunge una complessa partita interna legata alla gestione delle risorse. Il decreto Bollette, nel tentativo di calmierare i costi, prevede lo spostamento di fondi che, secondo le associazioni ambientaliste come Greenpeace, Legambiente e WWF, erano destinati alle rinnovabili e all’efficienza energetica. Le critiche sollevate da questi gruppi si concentrano sul fatto che il provvedimento finisce per favorire il gas fossile, disincentivando le imprese a diventare più efficienti e rischiando di aggravare la crisi climatica. Questa frattura evidenzia come, al di là delle divisioni tra Stati, esista anche una spaccatura interna alla stessa visione industriale italiana: da un lato la necessità immediata di alleviare il caro bollette per famiglie e imprese, dall’altro l’urgenza di non compromettere la transizione ecologica, considerata dagli scienziati come l’unica via per coniugare sviluppo economico e benessere collettivo nel lungo periodo.

L’attesa per la revisione di luglio e il peso delle asimmetrie

Lo stallo registrato al Consiglio europeo restituisce l’immagine di un’Unione che fatica a trovare un equilibrio tra il mantenimento degli impegni climatici del Green Deal e la necessità di salvaguardare la competitività industriale in un contesto geopolitico segnato da tensioni e rincari energetici. La richiesta italiana di sospendere il sistema Ets, pur essendo stata sostenuta da un fronte di nove Paesi, si è scontrata con la realtà di una maggioranza silenziosa ma determinata a difendere l’impianto regolatorio esistente. La presidente della Commissione, von der Leyen, nel tentativo di mediare, ha escluso categoricamente una sospensione del meccanismo, definendolo uno strumento “collaudato” senza il quale l’Europa consumerebbe cento miliardi di metri cubi di gas in più, aumentando esponenzialmente la propria vulnerabilità energetica.

L’attenzione ora si sposta sulla prossima tornata di giugno, quando i leader torneranno a discutere con l’obiettivo dichiarato di arrivare a risposte concrete sulla revisione del sistema. Il nodo da sciogliere sarà quello delle “specificità” nazionali: come riconoscere che l’impatto dell’Ets è profondamente asimmetrico tra Stati con un mix energetico diversificato (come la Francia, che fa affidamento sul nucleare, o la Spagna, che ha investito massicciamente in rinnovabili) e Stati come l’Italia, ancora pesantemente ancorati al gas. La partita, insomma, si giocherà tutta sulla capacità di riformare il meccanismo rendendolo più flessibile, senza però cancellare il principio cardine del “chi inquina paga”. Per il governo italiano, l’obiettivo immediato è stato centrato con l’apertura alle misure nazionali, ma la vera sfida sarà ora quella di non restare isolato nella fase di riforma strutturale, trovando alleanze che possano garantire una transizione giusta e sostenibile, capace di tenere insieme la sopravvivenza delle industrie energivore e gli obiettivi di decarbonizione fissati per il decennio.

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