Parmitano e il salto nel futuro dentro Orion: «Così mi preparo per la Luna»
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Redazione Scienza e Tecnologia
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L’emozione per qualcosa di enorme che era inatteso, quella che ti spezza la voce e che ti fa venire gli oc lucidi davanti a una platea mondiale, l’ha raccontata Luca Parmitano senza filtri né retorica. Quattro giorni fa, l’annuncio in mondovisione: sarà lui il pilota della missione Artemis III, quella che riporterà l’essere umano sulla Luna non prima del giugno 2027.
Un traguardo che, nelle sue parole rilasciate al Corriere della Sera, ha rivelato un uomo ancora incredulo, quasi come se stesse ancora salendo e scendendo da quel palco di Houston dove ha rischiato di cedere alle lacrime pensando alla sua famiglia, alla fonte di quell’energia che gli permette di muoversi. Sebbene il tempo a disposizione sia apparentemente ampio, i professionisti prescelti hanno già cominciato l’addestramento, e Parmitano si è detto folgorato dall’ingresso nella navicella Orion, definendolo un vero e proprio “salto nel futuro” rispetto alla Soyuz.
Il confronto tra due ere spaziali
“Sono entrato per la prima volta nella navicella Orion”, ha raccontato l’astronauta italiano, “e posso dire che è stato un salto nel futuro dopo due missioni con la Soyuz che, nonostante gli aggiornamenti, era una navicella disegnata mezzo secolo fa”. Un’affermazione che pesa come un macigno se si considera che la capsula russa, pur essendo straordinariamente robusta e prevedibile nell’affidabilità, fu concepita in un’epoca in cui l’elettronica era un lusso e l’ergonomia un optional.
La Orion, al contrario, è stata progettata per il “deep space”, lo spazio profondo, con un’integrazione uomo-macchina che appartiene al XXI secolo, non al XX. Lo spazio vitale a disposizione, quelle cabine che in molti hanno definito anguste (si parla di circa 9 metri cubi di volume abitabile per quattro persone), a suo dire non sono un problema: è questione di adattarsi a un ambiente pensato per missioni di diverse settimane, non per i pochi giorni di un volo orbitale.
L’Italia protagonista silenziosa del programma Artemis
Il programma Artemis, a guida Nasa, non è solo una bandiera americana piantata nel suolo lunare, ma una vera e propria coalizione internazionale a cui collaborano 67 nazioni a vario titolo. E l’Italia, in questo mosaico, gioca un ruolo da protagonista assoluta che va ben oltre la presenza di Parmitano.
Il nostro Paese, infatti, fornisce buona parte dei sistemi vitali del modulo Orion, inclusi i pannelli fotovoltaici: nello stabilimento di Nerviano, Leonardo ha realizzato quei quattro pannelli che, una volta dispiegati, si estendono per circa 19 metri di apertura alare e sono composti da circa 15mila celle ciascuno, in grado di ruotare su due assi seguendo il Sole per garantire energia costante.
Parallelamente, Thales Alenia Space ha realizzato la struttura primaria del modulo di servizio europeo (ESM) a Torino, un guscio in materiali compositi che tiene insieme e rende operativi propulsori e serbatoi. Una sinergia, quella tra tecnologia e risorse umane, che rende il “sistema Italia” un pilastro portante della sfida lunare.
Una missione di rodaggio in orbita terrestre
C’è un dettaglio tecnico che spesso sfugte al grande pubblico, ma che Parmitano ha ribadito con chiarezza: Artemis III non allunerà. La missione, il cui equipaggio è completato dal comandante Randy Bresnik e dagli specialisti Frank Rubio e Andre Douglas, si svolgerà interamente in orbita terrestre bassa. L’obiettivo è quello di testare le manovre di aggancio con i lander lunari di SpaceX e Blue Origin, una sorta di danza cosmica a tre che servirà a validare le tecnologie in vista dello sbarco previsto per Artemis IV nel 2028.
Per l’astronauta italiano, che ha già accumulato 367 giorni nello spazio tra la missione “Volare” e “Beyond”, questo non è un downgrade, ma la massima espressione del mestiere di collaudatore: “La missione più importante è sempre la prossima, quella che deve ancora essere sviluppata”, ha dichiarato alla stampa internazionale, smorzando entusiasmi per primati o record.




