Omicidio alla Dogaia, il sindacato attacca il governo: "Nordio venga a Prato"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La morte di Raymond Ikanagbon, il 32enne nigeriano trovato senza vita mercoledì sera nella sua cella al carcere della Dogaia di Prato, ha scatenato un acceso dibattito politico e sindacale sulla gestione del sistema penitenziario italiano. L'uomo, arrestato il 27 luglio scorso dai carabinieri della Compagnia di Montecatini e della stazione di Monsummano con le accuse di rapina, violenza sessuale e furto in abitazione, è deceduto in seguito a una colluttazione con i tre compagni di cella, che sono ora indagati per il suo omicidio.

La vittima, cittadino nigeriano regolarmente presente sul territorio nazionale ma senza fissa dimora, era stata ristretta nel reparto del penitenziario pratese, dove la situazione di sovraffollamento e tensione è ormai cronica.

Il grido d'allarme del sindacato e le richieste di intervento

La reazione del mondo sindacale non si è fatta attendere, assumendo immediatamente i toni della denuncia politica. Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato di Polizia penitenziaria Fsa-Cnpp-Spp, ha dichiarato che questo episodio rappresenta "la drammatica conferma che negli istituti penitenziari può accadere di tutto", sottolineando come le carceri siano ormai "fuori controllo" e che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, insieme al governo, stia dimostrando "di non essere più in grado di gestire la sicurezza del sistema".

La richiesta, che riecheggia anche in altre cronache recenti come l'evasione di un detenuto a Torino durante un ciclo di dialisi, è quella di un intervento diretto e urgente del ministro della Giustizia Carlo Nordio, invitato a recarsi personalmente a Prato per constatare lo stato di degrado e di pericolosità dell'istituto della Dogaia.

Il monito del procuratore e il progressivo sovraffollamento

Le preoccupazioni sollevate dal sindacato si inseriscono in un contesto di allarmi ripetuti già da tempo. Lo scorso 2 agosto, il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, aveva nuovamente lanciato un allarme sull'"elevatissimo tasso di illegalità" presente nel carcere della Dogaia, un monito che si aggiungeva a quelli già sottoscritti nel corso del biennio 2025-2026. Nel comunicare le indagini sul nuovo tragico caso, Tescaroli ha evidenziato come "continui l'ondata di violenza in seno all'istituto penitenziario", una violenza che si alimenta di un progressivo sovraffollamento.

Attualmente, i detenuti ristretti nella struttura sono 640, un numero che costringe a ospitare in celle progettate per un numero inferiore di persone numerosi casi di quattro detenuti per stanza, una condizione che alimenta inevitabilmente tensioni e conflitti.

Una scia di violenza, suicidi e illegalità diffusa

L'omicidio di Ikanagbon, avvenuto in seguito a un litigio con i compagni di cella, rappresenta purtroppo l'ultimo episodio di una lunga e drammatica scia che ha colpito il carcere di Prato. Negli ultimi anni, la struttura è stata teatro di rivolte, violenze sessuali, suicidi e un fiorente traffico di droga e telefonini, che hanno reso l'istituto un simbolo delle criticità del sistema carcerario italiano.

La morte del giovane nigeriano, arrestato per furto e violenza sessuale, si aggiunge a questo quadro già estremamente complesso, sollevando interrogativi sulla reale capacità delle istituzioni di garantire la sicurezza, non solo per gli agenti di polizia penitenziaria e i cittadini, come sottolineato dal sindacato Osapp in altre occasioni simili, ma anche per gli stessi detenuti.

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