È morto Raffaele Nogaro, il vescovo che sfidò camorra e ingiustizie

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Se ne è andato, a novantadue anni compiuti da appena una settimana, colui che preferiva farsi chiamare padre, piuttosto che monsignore, in una radicale scelta di sobrietà che ha sempre caratterizzato il suo ministero. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, ha spento la sua "radicale mitezza" – per usare una formula che gli era cara e che meglio lo definiva – martedì scorso, dopo quasi vent'anni alla guida della diocesi casertana, dal 1990 al 2009, e un’intera esistenza spesa in prima linea, senza mai risparmiarsi, in battaglie scomode quanto necessarie. Un impegno che, è bene ricordarlo, non si è mai affievolito con il passare del tempo, ma che ha proseguito con ostinata coerenza fino all'ultimo, concentrandosi su temi scottanti come la corruzione che intreccia politica e affari, il flagello della criminalità organizzata, le drammatiche vicende belliche a Gaza e in Ucraina, la difesa dell'ambiente e la tutela dei più deboli, tra cui i migranti e le donne vittime di tratta.

Una voce che parlava per chi non aveva voce

La sua eredità, come hanno sottolineato quanti lo hanno conosciuto e stimato, è quella di un pastore che ha fatto della prossimità agli ultimi il centro della propria azione, diventando – per riprendere le parole dell’attuale arcivescovo di Caserta, Pietro Lagnese – "la voce di chi non ha voce". Lagnese, succedutogli alla guida della diocesi, lo ha definito senza esitazioni "un padre, un pastore e un profeta", un testimone instancabile di quel Vangelo concreto che passa attraverso la carità e una giustizia da perseguire con determinazione. "Ha amato questa terra con tutto se stesso", ha aggiunto, mettendo in luce il legame viscerale di Nogaro con la Campania, una regione che ha cercato di proteggere lottando senza sosta "contro ogni forma di illegalità" e aprendo il suo cuore "ad ogni persona, senza distinzioni".

Dall’ospedale chiuso alla lotta alle ecomafie

Quella determinazione, d'altronde, era emersa in maniera plateale fin dai suoi primi anni di episcopato, prima a Sessa Aurunca e poi, in modo ancor più marcato, a Caserta, dove giunse in una grigia e piovosa domenica di dicembre del 1990. In quelle terre, segnate da un disagio profondo e da potenti interessi illeciti, il suo arrivo rappresentò uno spartiacque, un segnale chiaro che le cose non sarebbero più potute continuare come prima. Non si limitò alle omelie, ma scese in strada, in mezzo alla gente, per rivendicare con forza i diritti fondamentali: si batté, ad esempio, per la riapertura dell’ospedale locale e per la chiusura di una discarica pericolosa, dimostrando una sensibilità ambientale e sociale assolutamente pionieristica per l'epoca e anticipando temi che sarebbero diventati centrali solo anni dopo.

Il profeta dell’inclusione e il suo stile evangelico

Il suo stile, sempre improntato a una schiettezza evangelica che rifuggiva gli orpelli e le formalità, lo portò a essere un punto di riferimento non solo per i credenti, ma per un'intera cittadinanza che in lui vedeva un baluardo di integrità e speranza. La sua scomparsa, pertanto, lascia un vuoto profondo non solo nella Chiesa, ma in tutto quel tessuto civile che aveva trovato in lui un alleato incondizionato. La sua figura rimane a indicare una strada precisa: quella di un impegno che non teme di sporcarsi le mani con le urgenze del presente, che sa coniugare la preghiera con l’azione, la mitezza del carattere con la fermezza dei principi, in una sintesi rara e preziosa, oggi più che mai attuale.

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