È morto monsignor Raffaele Nogaro, il vescovo che sfidò la camorra
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Redazione Interno
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Si è spento, nel primo pomeriggio del giorno dell'Epifania, all'età di novantadue anni, monsignor Raffaele Nogaro. La morte lo ha colto nel suo appartamento presso l'episcopio di Caserta, città di cui è stato a lungo presule e della quale, dall'aprile del 2009, era vescovo emerito. Nato a Gradisca di Sedegliano, in provincia di Udine, l'ultimo giorno del 1933, era stato ordinato sacerdote nel luglio del 1958 nella cattedrale di Udine, avviando un percorso che lo avrebbe condotto, per volontà di papa Giovanni Paolo II, a diventare prima vescovo di Sessa Aurunca nel 1982 e poi ad approdare, otto anni più tardi, alla guida della diocesi di Caserta. Un percorso, il suo, che ha lasciato un'impronta profonda, tanto da farlo considerare un punto di riferimento per quella parte della Chiesa spesso definita dalla stampa specializzata come progressista.
Un pastore sulla frontiera
La sua fu una presenza che andò ben oltre i confini rituali del ministero, configurandosi come una testimonianza appassionata e spesso scomoda. Nogaro, infatti, si impose all'attenzione pubblica per una costante e coraggiosa prossimità agli ultimi, agli emarginati, a coloro che non avevano voce. La sua azione, che molti ricordano come quella di un "vescovo di frontiera", si concentrò in particolare sulla drammatica questione migratoria, sulla lotta alla tratta degli esseri umani e, soprattutto, sul contrasto alla criminalità organizzata. Quest'ultima, da lui descritta senza mezzi termini come il "male assoluto", divenne il bersaglio di denunce pubbliche e di un impegno pastorale concreto, che lo portò a schierarsi in prima linea in una terra, la Campania, dove il potere camorristico rappresenta una piaga antica e pervasiva.
Il coraggio delle idee e delle parole
Non fu soltanto l'azione sociale a caratterizzare il suo episcopato, ma anche un pensiero teologico vigoroso, che lo rese una figura intellettuale di spicco all'interno del dibattito ecclesiale. La sua voce, mai timida, si levò su temi cruciali, dall'accoglienza alla giustizia sociale, mantenendo sempre un ancoraggio saldo al Vangelo, da lui interpretato come un messaggio di liberazione integrale dell'uomo. Questo approccio, unito a una personale frugalità di vita, gli valse il rispetto e l'affetto di molti fedeli, non solo nella diocesi di Caserta, che guidò dall'insediamento il 16 dicembre 1990 fino al suo ritiro, ma anche in ambiti più ampi, dove la sua figura è rimasta simbolo di una Chiesa partecipe delle sofferenze e delle battaglie per la dignità umana.
Un lascito di impegno civile e spirituale
La scomparsa di monsignor Nogaro segna la fine di un'epoca per una Chiesa locale che, sotto la sua guida, ha conosciuto stagioni di forte esposizione e di confronto con le piaghe sociali del territorio. La sua eredità, però, travalica i confini regionali, ponendosi come un monito e un esempio di coerenza. Senza mai cedere a toni plateali, seppe utilizzare la forza della parola e la credibilità della testimonianza personale per smuovere coscienze e indicare una strada, quella della non rassegnazione al male e della scelta preferenziale per i poveri. Il suo impegno, che seppe coniugare la profondità della riflessione con l'incisività dell'azione pastorale diretta, rimane una pagina significativa nella storia recente della Chiesa italiana, specialmente per quanto riguarda il suo rapporto, spesso conflittuale, con le realtà di potere illegale e di sfruttamento.
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