Da Maduro a Trump, la sinistra italiana tra contraddizioni e nodi irrisolti
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Redazione Esteri
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Le premesse, occorre dirlo, non sono incoraggianti. Mentre in Parlamento si dibatte di Venezuela e Iran, questioni che paiono lontane ma che toccano nervi scoperti della politica estera, si incrocia l'ex ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni. Alla domanda su come la sinistra possa misurarsi con l'uragano Donald Trump, che ha ripreso a investire gli scenari globali, scuote semplicemente il capo, in un gesto che, più di qualsiasi analisi, fotografa uno stato d'animo. Quello sguardo, del resto, sembra riassumere una condizione di smarrimento di fronte a dossier – da Maduro alla Groenlandia, passando per la sanguinosa repressione delle proteste in Iran, dove fonti non ufficiali parlano di migliaia di vittime – che esigerebbero una posizione netta e coerente. La domanda, per citare una vecchia formula televisiva, sorge allora spontanea: ma la sinistra italiana, oggi, dove sta e con chi sta davvero?
Il groviglio tra politica interna e scenari globali
A Elly Schlein, è giusto riconoscerlo, va il merito di aver tentato di ricomporre un fronte progressista, di aver riattratto una parte di quell'elettorato che si era allontanato e di aver colto qualche successo in ambito locale. Le contraddizioni, tuttavia, restano tutte lì, irrisolte e ingombranti, e emergono con forza quando la cronaca parlamentare le porta alla luce. Lo si è visto chiaramente sulle mozioni riguardanti l'Iran, con i parlamentari del Movimento 5 Stelle che hanno mostrato incertezze, e sulla confusione registrata in alcune frange del Partito Democratico di fronte alle mosse imprevedibili dell'amministrazione Trump. Sono episodi che, se da un lato riflettono le divisioni interne, dall'altro tradiscono una difficoltà più profonda nell'elaborare una risposta unitaria a eventi internazionali di portata epocale.
La reazione stizzita del ministro Crosetto
Di fronte a questo groviglio, la reazione del ministro della Difesa Guido Crosetto è stata di palese insofferenza. "No, non si può stare appresso a tutto questo. Proprio no!", ha sbottato, esprimendo una frustrazione che va oltre le appartenenze politiche. La sua esclamazione, per quanto perentoria, sembra sottintendere una critica alla miopia di una certa politica, troppo spesso ripiegata su diatribe nazionali – come quelle che animano il dibattito sul referendum per la separazione delle carriere dei magistrati, fissato per marzo – mentre il mondo cambia vorticosamente. Manca, è l'impressione che lascia trapelare, quel buonsenso minimo che dovrebbe guidare l'azione politica in contesti delicati, dove le divisioni interne finiscono per indebolire la voce del paese nel suo complesso.
Il peso delle questioni irrisolte
Il quadro che ne risulta è quello di una forza politica ancora in cerca di un baricentro, lacerata tra l'urgenza di definire una linea su temi scottanti, come la trasparenza salariale imposta da una direttiva europea da recepire a giugno, e la necessità di ritrovare una propria identità sulla scena globale. Le questioni, da quelle giudiziarie a quelle sociali fino alle emergenze internazionali, si accavallano senza che si riesca a trovare un filo conduttore, una visione capace di tenere insieme pezzi di un puzzle sempre più complesso. Resta, in fondo, l'interrogativo di partenza: come costruire una proposta credibile quando i nodi del passato non sono stati sciolti e le sfide del presente richiederebbero una chiarezza che, al momento, sembra mancare.




