Meloni e il caso Minetti: “Nell’iter della grazia non c’è stato nulla di errato”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di intervenire direttamente in conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri per fare chiarezza – o almeno per tentare di farlo – sulla vicenda che riguarda la grazia concessa a Nicole Minetti, un provvedimento firmato dal capo dello Stato Sergio Mattarella ma che ora solleva interrogativi sulla completezza delle informazioni fornite. "Il provvedimento si è svolto nel rispetto della legge e della prassi, e non ha seguito in niente un iter diverso dagli altri", ha dichiarato Meloni, cercando di blindare il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, finito suo malgrado al centro di una bufera politica e mediatica dopo le rivelazioni stampa sulle presunte irregolarità nella richiesta di clemenza.

Secondo la ricostruzione offerta dal premier, il meccanismo burocratico seguito per l’ex consigliera regionale sarebbe stato identico a quello applicato a tutte le altre migliaia di domande. Di fronte ai cronisti, Meloni ha spiegato che il ministero non dispone di strumenti investigativi propri (come la polizia giudiziaria) e che quindi si deve affidare ai pareri della magistratura. "Non posso dire che, fino a oggi, ci sia stato qualcosa di errato, di particolare o di curioso rispetto alle altre richieste di grazia", ha ribadito, aggiungendo però un’importante postilla: "Successivamente sono emersi altri elementi".

Il ruolo del Quirinale e la richiesta di nuovi accertamenti

Sono proprio questi "elementi" sopravvenuti – emersi da inchieste giornalistiche che hanno messo in dubbio la veridicità di alcuni documenti presentati – a complicare il quadro. Il Colle, venuto a conoscenza delle incongruenze, ha prontamente richiesto "per nostro tramite" ulteriori verifiche, come ha confermato la premier. Il presidente Mattarella, che a febbraio aveva firmato il decreto su proposta favorevole del ministero, non ha strumenti autonomi di indagine e si basa esclusivamente sugli atti che gli vengono trasmessi. Da qui la decisione di chiedere ufficialmente a via Arenula di fare piena luce sulla vicenda, per accertare se nella documentazione che ritraeva la Minetti impegnata nella cura di un minore con gravi patologie vi fossero elementi falsi o artefatti.

Meloni si è detta "d’accordo che vadano fatti" questi accertamenti, sottolineando che il lavoro di verifica spetta alle Procure Generali. Questa precisazione serve alla presidente per spostare idealmente il focus dell’attenzione dalle eventuali disfunzioni politiche del governo alla macchina giudiziaria. Se la magistratura, infatti, non ha rilevato anomalie nella fase istruttoria, è difficile – secondo il ragionamento della premier – che il ministro Nordio potesse arrivare a conclusioni diverse. "Se è vero quello che emerge dall'inchiesta giornalistica qualcosa manca, ma questo non è un lavoro che fa il ministero", ha tuonato, scherzando amaramente sull’abitudine italiana di cercare un "capro espiatorio" nel governo per ogni disservizio.

La linea difensiva su Nordio e la prassi ministeriale

Nonostante le pressioni politiche e le richieste di dimissioni avanzate dalle opposizioni (che parlano di un "ennesimo disastro istituzionale" firmato dal Guardasigilli), la posizione della presidente del Consiglio è netta. "Ad oggi escludo l'ipotesi di dimissioni del ministro Nordio", ha affermato seccamente, rivelando di averlo sentito telefonicamente proprio quando è scoppiato il caso per chiedergli una ricostruzione dei fatti. L’incontro tra Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano, durato oltre un’ora, sembra aver consolidato la versione difensiva: il fascicolo arrivato dalla procura di Milano descriveva una "radicale presa di distanza dal passato deviante" della richiedente, lasciando pochi margini di manovra al ministro.

La premier ha fornito dati per contestualizzare la procedura, cercando di normalizzare quanto accaduto. "In questi anni sono state presentate 1.245 domande di grazia. Delle migliaia mandate alla procura, tornano indietro con parere favorevole soltanto decine. A quel punto il ministero tende a confermare il parere positivo, che di solito viene avallato anche dal Quirinale", ha spiegato. L’obiettivo, evidente, è dimostrare che non ci fu alcuna scorciatoia per l’ex igienista dentale, ma semplicemente l’applicazione di una prassi consolidata che, in questo caso specifico, si è rivelata foriera di sorprese.

Le responsabilità tecniche e lo "scudo" della prassi

L’argomentazione di Meloni si basa dunque sulla separazione dei ruoli, quasi a voler costruire un argine giuridico che protegga l’esecutivo da eventuali clamorosi errori giudiziari in fase di emersione. Il ministero della Giustizia, privo di poteri investigativi diretti, non può essere ritenuto responsabile se gli accertamenti della procura – che pure aveva dato parere positivo – si rivelano, a posteriori, lacunosi o imprecisi. "Non ho gli strumenti per fare indagini, non abbiamo la polizia giudiziaria", ha ripetuto, facendo intendere che la patata bollente torni ai magistrati milanesi che hanno istruito la richiesta.

Questa difesa d’ufficio, tuttavia, non cancella la delicatezza della posizione del Guardasigilli. Carlo Nordio, che aveva firmato la proposta di grazia, si trova ora a gestire una richiesta di verifiche urgente proveniente direttamente dal Quirinale, con la procura generale di Milano che dovrà produrre elementi risolutivi in tempi strettissimi (si parla di primi esiti entro 24 ore). Se dalle verifiche dovessero emergere consapevoli omissioni o falsità nella documentazione – magari relative allo stato di salute del minore o alle condizioni familiari in Uruguay – la "prassi" rischierebbe di diventare un boomerang per chi quella prassi l’ha applicata senza fare domande.

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