Torre Milano, la procura chiede otto condanne e la confisca del grattacielo
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Redazione Interno
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La pm Marina Petruzzella, al termine di una requisitoria che rappresenta la prima svolta concreta nei procedimenti sull’urbanistica milanese, ha formalizzato la richiesta di otto condanne per il caso del grattacielo di via Stresa, noto come Torre Milano. Le pene richieste, che per i principali imputati arrivano fino a due anni e quattro mesi di reclusione accompagnati da un’ammenda di cinquantamila euro, si accompagnano a una richiesta di confisca dell’intero edificio: una misura, quest’ultima, che il tribunale potrebbe disporre solo in caso di condanne definitive, ma che getta già un’ombra pesante sul futuro dell’immobile. Secondo quanto ricostruito dall’accusa, ci troveremmo di fronte a un «enorme abuso» e a un’«abnorme iniziativa immobiliare», realizzata grazie a un meccanismo che aggirava le più elementari regole del settore.
Una «scia fantasiosa e diabolica» al posto del piano attuativo
Il fulcro della contestazione, come emerge dalle carte depositate dalla Petruzzella, ruota attorno allo strumento burocratico utilizzato per dare il via ai lavori. Invece di ricorrere a un permesso di costruire convenzionato o a un dettagliato piano attuativo – necessari per un intervento di tale portata che avrebbe dovuto considerare l’impatto su parcheggi, verde pubblico e asili nido – i costruttori e i funzionari coinvolti avrebbero utilizzato una «Scia con atto d’obbligo». Si tratta, di fatto, di una semplice autocertificazione che nella sostanza, secondo l’accusa, ha permesso di «spacciare» una nuova costruzione di 24 piani e 80 metri d’altezza per una banale ristrutturazione edilizia. La pm non ha usato mezzi termini nel descrivere questa prassi, definendola una «fantasiosa e diabolica» invenzione giuridica, un Titolo edilizio inesistente nell’ordinamento che è stato utilizzato per bypassare le tutele previste dalla legge.
La determina del 2018 e la «strafottenza» dei funzionari
Un ruolo chiave nelle indagini è giocato dalla famosa determina dirigenziale del 2018, firmata dagli allora dirigenti comunali Giovanni Oggioni e Franco Zinna. Secondo la Procura, quel documento ha di fatto istituzionalizzato una prassi di «generalizzata deroga» alle norme morfologiche, creando un precedente pericoloso non solo per Torre Milano ma per l’intero sistema urbanistico cittadino. La pm Petruzzella ha dipinto un quadro impietoso dell’atteggiamento degli amministratori pubblici coinvolti, parlando di «strafottenza» e della certezza di agire nell’impunità. Questi funzionari – ha argomentato l’accusa – hanno agito con «disinteresse» e «non curanza» verso l’interesse pubblico, dimenticando il giuramento di fedeltà alla legge per assecondare le ragioni dei privati. Un atteggiamento, questo, che avrebbe prodotto «effetti molto gravi sulla vita delle persone», alterando il equilibrio di un intero quartiere.
La richiesta di confisca e le pene per i professionisti
Oltre agli ex dirigenti Oggioni e Zinna, la procura ha avanzato richieste di condanna pesanti anche per la parte privata dell’operazione. Per gli imprenditori-costruttori Stefano e Carlo Rusconi, così come per l’architetto progettista Gianni Maria Beretta, è stata chiesta la pena massima di due anni e quattro mesi. Pene leggermente inferiori, pari a due anni di reclusione, sono state richieste per altri tre ex funzionari dello Sportello unico edilizia di Palazzo Marino. L’elemento più innovativo, tuttavia, rimane la richiesta di confisca diretta del grattacielo. Un provvedimento di questo tipo, se dovesse essere confermato in sede processuale, rappresenterebbe un unicum nel panorama delle recenti inchieste sul mattone, svuotando di valore economico l’intera operazione illecita e restituendo al dibattito pubblico la questione della destinazione dell’area.




