Inwit contro la joint venture di Tim e Fastweb sulle torri 5G: «Violati gli accordi, la nostra rete non è replicabile»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il consiglio di amministrazione di Inwit, riunitosi per valutare lo stato dei rapporti con i propri anchor tenant, ha dovuto prendere atto di un’escalation nella conflittualità che, a partire dalle pubbliche dichiarazioni di Fastweb sulla presunta cessazione anticipata degli effetti del Master Service Agreement fino ai più recenti addebiti formalizzati da Tim per un preteso inadempimento contrattuale, ha trovato il suo culmine nell’annuncio di una joint venture tra gli stessi operatori per la costruzione diretta di nuove infrastrutture di rete. La società, che gestisce la più grande infrastruttura di torri per telecomunicazioni in Italia, ha risposto con una nota durissima in cui definisce il progetto – volto alla realizzazione di circa seimila nuovi siti per l’accelerazione del 5G – come un’iniziativa in “evidente contrasto” con gli accordi quadro sottoscritti nel 2020, i quali, a suo giudizio, restano validi e vincolanti per le parti fino al 2038.

Secondo quanto ricostruito dalla società presieduta da Emanuele Gatti, l’atteggiamento tenuto da Tim e da Fastweb (quest’ultima ormai integrata con Vodafone Italia) non sarebbe altro che il tentativo di forzare una revisione “squilibrata e ingiustificata” dei termini originari dei due Msa. Si tratta di contratti a lungo termine, stipulati nell’ambito di un’operazione infrastrutturale che all’epoca richiese un investimento di circa dieci miliardi di euro, e che hanno attribuito a Inwit la qualifica di fornitore privilegiato per le esigenze di sviluppo delle reti mobili dei clienti. Una clausola fondamentale, quella del diritto di prelazione, che la towerco ritiene debba operare anche nei confronti della nuova joint venture, impedendo di fatto ai due operatori di affidare la realizzazione di nuovi siti a terzi senza aver prima consentito a Inwit di esercitare la propria ultima chiamata.

L’impatto sui conti e il taglio della guidance al ribasso

Le conseguenze di questa rottura della collaborazione industriale si sono abbattute con violenza sui conti previsionali di Inwit, costringendo il cda a rivedere al ribasso la guidance per il 2026 e l’intero medium-term outlook fino al 2030. In un contesto di mercato già di per sé “sfidante”, caratterizzato dall’assenza di investimenti discrezionali da parte degli operatori, la società ha comunicato l’interruzione di quelle attività previste nei piani che non erano garantite contrattualmente, oltre allo stop allo sviluppo di nuove iniziative di business. La nuova stima per i ricavi del 2026 si attesta ora in una forchetta compresa tra 1,05 e 1,09 miliardi di euro, con un margine di ebitda after lease che scende al 72 per cento, mentre il recurring free cash flow è atteso tra 550 e 590 milioni, segnando un arretramento significativo rispetto alle previsioni precedenti.

Nonostante la revisione al ribasso dei principali indicatori finanziari – con una leva finanziaria prevista a 5,5 volte, comunque all’interno del target strutturale del gruppo – la società ha voluto offrire un segnale di tenuta agli azionisti confermando il dividendo per azione almeno pari a quello dell’esercizio 2025, fissato a 0,55 euro. Le proiezioni di medio termine, costruite su una limitata visibilità dell’evoluzione del mercato, prevedono una crescita annuale dei ricavi bassa a una cifra, una continua espansione del margine e investimenti fissi intorno ai 200 milioni annui; un quadro, questo, che volutamente non include i potenziali upside derivanti da un eventuale ristabilirsi di una relazione costruttiva con gli anchor tenant.

La battaglia legale sui diritti di prelazione e il valore degli accordi

Sul piano legale, la posizione di Inwit si fa intransigente. La società ha fatto sapere di rigettare integralmente le eccezioni sollevate dagli anchor tenant relative alla durata e all’esecuzione degli Msa, sottolineando come la struttura dei contratti sia del tutto coerente con un modello di business infrastrutturale basato su flussi di ricavi a lungo termine e standard riconosciuti a livello globale. L’accordo originario, che prevedeva anche il trasferimento delle attività di infrastruttura passiva, è considerato da Inwit un’operazione unica e inscindibile, capace di generare valore economico e industriale per tutte le parti coinvolte.

A scatenare la reazione più dura è stata, tuttavia, la clausola di fornitura privilegiata. Secondo la ricostruzione della towerco, qualora Tim e Fastweb avessero realmente necessità di nuovi siti per implementare i propri piani di roll out, il contratto vieta loro di affidare la realizzazione a terzi senza prima aver concesso a Inwit la possibilità di esercitare il proprio diritto di prelazione. Da qui l’avvertimento, lanciato in chiusura del comunicato, secondo cui qualsiasi tentativo di svuotare queste prerogative contrattuali sarà considerato “pretestuoso” e verrà “contrastato in ogni sede competente” per la piena tutela degli interessi societari.

Reazioni del mercato e implicazioni sul controllo delle infrastrutture digitali

L’annuncio della joint venture e la conseguente revisione delle stime hanno avuto un effetto immediato sulla performance del Titolo a Piazza Affari, con le azioni Inwit che hanno subito una flessione di circa il 15 per cento nella seduta successiva alle comunicazioni, trascinando al ribasso anche i titoli di Tim e dello stesso operatore elvetico. Lo scontro in atto si sposta dunque sul terreno dei contratti, mettendo in discussione il ruolo centrale che Inwit ha ricoperto finora come hub per la condivisione delle infrastrutture di rete. La posta in gioco è alta: se da un lato i due grandi clienti cercano di recuperare autonomia operativa e contenere i costi attraverso una gestione diretta delle nuove torri, dall’altro Inwit difende un modello di business costruito su accordi esclusivi che, se scalfiti, potrebbero aprire scenari inediti per l’intero settore delle telecomunicazioni italiane.

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