Inwit, l’addio di Tim e Fastweb accelera la scissione sulle torri

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non si placano le vendite su Inwit, finita ormai da giorni nel vortice della bufera a causa della ridda di disdette che stanno stracciando il vecchio patto sulle infrastrutture di telecomunicazione. Dopo la mossa a sorpresa di Fastweb, è arrivata ieri la doccia fredda firmata Tim: il consiglio di amministrazione, riunitosi sotto la presidenza di Alberta Figari, ha formalizzato la risoluzione del Master Service Agreement (Msa) con la tower company, gettando benzina sul fuoco di un confronto che promette di infiammare le aule di giustizia e le scrivanie dei manager. Le azioni di Inwit, schiacciate da questo doppio fronte di fuoco, hanno ceduto terreno in maniera pesante, arrivando a registrare perdite nell’ordine di tre punti percentuali solo nell’ultima seduta, un segnale inequivocabile della sfiducia che aleggia sul modello di business degli affittuari passivi.

La scadenza contesa e il veto incrociato

Il cuore della disputa, e non potrebbe essere altrimenti data la posta in gioco, è puramente cronologico ma dalle conseguenze miliardarie: da che parte pende la lancetta della scadenza contrattuale? Per Tim e per il duo Fastweb+Vodafone – che hanno scelto di procedere di fatto in blocco – l’orologio segna agosto 2030, una data che fa scattare la clausola sul cambio di controllo esercitata nell’agosto del 2022. Inwit, dal canto suo, oppone una resistenza ferrea sostenendo una tesi diametralmente opposta: il patto, blindato da un meccanismo di rinnovo automatico a 8+8 anni esercitato in maniera incrociata dalle parti, sarebbe in realtà valido fino al lontano 2038, rendendo la disdetta odierna, a loro dire, “priva di fondamento giuridico”. Non si tratta, va detto, di una semplice scaramuccia tra avvocati; la posta è la sopravvivenza del modello economico di Inwit, che rischia di vedersi sfuggire di mano il controllo su quelle stesse torri che costituiscono il suo pane quotidiano.

L’offensiva parallela e il piano B dei tlc

Questa offensiva a tenaglia non nasce dal nulla, ma affonda le radici in una strategia di riassetto più ampia che vede i grandi operatori telefonici stanchi di pagare affitti ritenuti ormai fuori mercato. A margine delle disdette, Tim ha già lasciato intendere di voler avviare un tavolo negoziale per rivedere al ribasso i corrispettivi, mentre la neonata joint venture tra lo stesso ex monopolista e Fastweb+Vodafone – finalizzata alla costruzione di migliaia di nuove torri in autonomia – rappresenta l’alternativa concreta per rendersi indipendenti dall’infrastruttura di Inwit entro la fine del decennio. La società guidata da Walter Renna, in particolare, ha già messo nero su bianco la volontà di accelerare sulla costruzione di una rete proprietaria, un progetto che esclude di fatto il coinvolgimento del principale tower operator italiano e ne ridimensiona il ruolo da pilastro a comparsa nel futuro del 5G nazionale.

La replica e il futuro giudiziario

La replica di Inwit, affidata a una nota ufficiale dal tono tranchant, non si è fatta attendere: la società ha ribadito la natura “inefficace” della disdetta, accusando gli operatori di voler esercitare una “indebita pressione” per strappare condizioni economiche migliori, e ha annunciato battaglia legale in ogni sede competente per difendere la validità degli accordi. Sullo sfondo di questo scontro frontale, la partita si sposta ora nelle aule del Tribunale di Milano, dove un primo verdetto cautelare è atteso entro l’estate; un pronunciamento che potrebbe gelare gli effetti della disdetta o, al contrario, aprire le porte a una migrazione massiccia dei servizi di telefonia verso nuove infrastrutture. Quel che è certo, osservando il crollo del titolo e la durezza delle posizioni, è che l’epoca dei contratti blindati e delle rendite di posizione nel settore delle torri sembra essere giunta a un punto di svolta obbligato.

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