Il libro bianco dei diecimila scrittori contro l’IA che “ruba” le opere e la risoluzione di Strasburgo
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Redazione Esteri
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Mentre a Strasburgo il Parlamento europeo metteva nero su bianco, con una risoluzione votata il 10 marzo, la necessità di tutelare il diritto d’autore dall’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa, dall’altra parte della Manica migliaia di autori hanno scelto la via della provocazione letteraria per far sentire la propria voce. È stato presentato alla London Book Fair, il più importante appuntamento annuale per l’editoria mondiale, un volume destinato a fare discutere: si intitola Don’t Steal This Book, ma al suo interno, se si esclude la lista dei promotori, non c’è una sola parola stampata. Si tratta di pagine bianche, volutamente vuote, che portano le firme di circa diecimila scrittori i quali, in questo modo, intendono denunciare quello che percepiscono come un vero e proprio furto di proprietà intellettuale da parte delle grandi aziende tecnologiche.
Tra i nomi illustri che hanno aderito all’iniziativa, promossa dal compositore e attivista Ed Newton-Rex, spiccano quelli del premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro, di Philippa Gregory, autrice di romanzi storici di successo, di Mick Herron, padre letterario della serie Slow Horses, e di Richard Osman, celebre per i suoi gialli. La scelta di pubblicare un libro privo di contenuto testuale non è un semplice gesto dimostrativo, bensì la rappresentazione fisica di ciò che, secondo i firmatari, potrebbe diventare il futuro della produzione culturale se le legislature non interverranno a regolamentare la materia. La loro preoccupazione, del resto, trova un contraltare nelle decisioni che si stanno prendendo in sede europea, dove i deputati hanno chiesto a gran voce che l’utilizzo di materiale protetto da copyright per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale venga non solo trasparente, ma anche equamente remunerato.
La zona grigia del diritto d’autore e le richieste dell’Eurocamera
Il nodo della questione, tanto per i legislatori di Bruxelles quanto per gli scrittori riuniti a Londra, risiede nella natura stessa del funzionamento dell’IA generativa. Questi software, per poter imitare la scrittura umana o produrre immagini e suoni verosimili, devono essere addestrati su una mole sterminata di dati, un’operazione che nella stragrande maggioranza dei casi avviene prelevando contenuti disponibili in rete senza che i legittimi proprietari possano opporsi o tantomeno ricevere un compenso. Se molte aziende del settore tecnologico difendono questa prassi invocando il concetto di fair use, i creativi di ogni settore – e il mondo della letteratura non fa eccezione – la considerano una violazione sistematica dei propri diritti. La risoluzione approvata dal Parlamento europeo con 460 voti a favore prova a fare chiarezza, suggerendo la creazione di un mercato delle licenze che permetta ai titolari dei diritti di contrattare l’uso delle proprie opere e di ottenere una giusta remunerazione, escludendo al contempo la possibilità di licenze globali forfettarie che finirebbero per penalizzare i singoli autori a vantaggio delle grandi piattaforme.
Una protesta che attraversa i settori creativi
L’iniziativa dei diecimila scrittori non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un malcontento trasversale che ormai da mesi attraversa l’intero comparto artistico. Già nello scorso autunno, un migliaio di musicisti aveva pubblicato un album silenzioso per protestare contro le stesse pratiche di addestramento delle IA, e figure di primo piano come Elton John non avevano esitato a definire “perdenti assoluti” i governi che tentano di allentare le maglie della protezione del diritto d’autore. Anche attrici del calibro di Scarlett Johansson e Cate Blanchett hanno sollevato pubblicamente il problema, mentre in Italia il noto doppiatore Luca Ward è arrivato a registrare un marchio a tutela della sua voce, temendo che questa potesse essere clonata e riprodotta sinteticamente senza il suo consenso. È un fronte ampio, quello che si sta coagulando contro quelle che vengono definite pratiche di “estrazione” non autorizzata di opere dell’ingegno, un fronte che vede nel governo britannico uno dei principali bersagli, dato che a Londra si sta valutando la possibilità di consentire alle imprese di IA di utilizzare materiale protetto a meno che l’autore non si sia esplicitamente opposto.
La risposta dell’industria e il peso della finanza
Mentre la politica cerca di mettere un freno, o quantomeno di tracciare un perimetro, il mondo dell’editoria prova a darsi delle regole dal basso. Durante la Fiera del libro di Londra, contestualmente alla distribuzione del volume vuoto, alcune organizzazioni del settore hanno annunciato il lancio di iniziative per il licensing collettivo, nella speranza di creare un canale legale attraverso cui le aziende tecnologiche possano accedere ai testi pagando il giusto corrispettivo. Lo scontro, però, è impari se si considera la capacità di spesa delle multinazionali della Silicon Valley: basti ricordare che nel 2025 la società Anthropic, responsabile del chatbot Claude, ha accettato di versare un miliardo e mezzo di dollari per chiudere una causa collettiva intentata da autori che lamentavano l’uso di copie pirata dei loro libri per l’addestramento del modello. Una cifra enorme, certo, ma che dimostra quanto il business dell’intelligenza artificiale generativa sia disposto a pagare – anche in sede legale – pur di continuare ad alimentare i propri algoritmi con la linfa vitale della creatività umana.




