La Rai e il silenzio sui referendum, mentre la politica si divide tra astensionismo e campagne per il sì
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Redazione Interno
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Mentre la data dell’8 e 9 giugno si avvicina, i referendum su lavoro e cittadinanza rischiano di passare in secondo piano, non solo per l’assenza di dibattiti televisivi, ma anche per le dichiarazioni contrastanti che arrivano dal mondo politico. Da una parte, esponenti di governo e della maggioranza — tra cui il presidente del Senato Ignazio La Russa — hanno esortato all’astensione, dall’altra, organizzazioni come la Cgil e +Europa portano avanti una campagna per il "sì", distribuendo volantini e organizzando incontri pubblici. Eppure, nonostante la posta in gioco, la Rai e le altre emittenti nazionali hanno dedicato poco spazio all’approfondimento, limitandosi a riportare le polemiche di giornata nei telegiornali.
I cinque quesiti, promossi dalla Cgil e da altre associazioni, riguardano principalmente il mondo del lavoro — con proposte che spaziano dalla riduzione dei contratti precari alla modifica delle norme sui licenziamenti — e un tema spinoso come quello della cittadinanza, che potrebbe estendere il diritto allo ius soli temperato. Sebbene la Corte Costituzionale ne abbia ammesso la legittimità già a gennaio, la discussione pubblica è rimasta confinata a nicchie politiche o sindacali, senza trovare un vero spazio nel palinsesto televisivo.
Tra le voci fuori dal coro, quella di Carlo Calenda, leader di Azione, che ha criticato sia la sinistra sia La Russa, definendo «perverso» il dibattito attuale. «La Russa un giorno dice una cosa e un giorno l’altra», ha osservato, sottolineando come la politica italiana sembri distratta da questioni marginali mentre «il costo dell’energia va alle stelle e le industrie faticano». Le sue parole riflettono una frattura più ampia: da un lato, chi considera questi referendum un’occasione per riforme necessarie, dall’altro, chi li vede come una distrazione o, peggio, uno strumento di propaganda.




