L'ottantesimo della Repubblica tra il rombo delle Frecce e il silenzio dei dissensi
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Redazione Interno
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Il cielo di Roma, domenica, si è tinto di verde, bianco e rosso per celebrare l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana, un evento che, nonostante la solennità della ricorrenza, ha offerto spunti di riflessione ben più profondi della semplice coreografia aerea.
A mezzogiorno, il sorvolo della Pattuglia Acrobatica Nazionale – le celebri Frecce Tricolori – ha concluso la parata ai Fori Imperiali, disegnando una scia che dal Colosseo (sulla cui sommità i vigili del fuoco avevano appena srotolato un gigantesco tricolore di duemila metri quadrati) si è estesa fino all’Altare della Patria.
Se da un lato le immagini tratte dalla cabina di pilotaggio, diffuse dall’Agenzia Vista, hanno regalato una prospettiva inedita e adrenalinica della manifestazione, dall’altro la giornata è stata segnata dalla consueta esposizione della potenza bellica nazionale, un’ostentazione che non manca mai di sollevare interrogativi etici in un contesto internazionale segnato da conflitti aspri.
L’abbraccio della folla e il peso delle polemiche
Mentre centinaia di migliaia di cittadini si assiepavano lungo le transenne per salutare il passaggio dei reparti – tributando una vera e propria ovazione ai mezzi dei vigili del fuoco e alla ormai anziana mascotte Briciola, alla sua ultima parata – le massime cariche dello Stato assistevano alla rivista con la gravità del caso. Sergio Mattarella, dopo aver deposto una corona d’alloro al Milite Ignoto, ha assistito alla sfilata che, per la prima volta, ha incluso un massiccio schieramento di sistemi telematici e droni.
Ed è proprio sulla natura di questi nuovi strumenti che si è aperto il fronte più critico della giornata: Francesco Vignarca, ricercatore per la Rete Italiana Pace e Disarmo, ha definito la parata come un’esaltazione di "strumenti di morte", sostenendo che l’estetica quasi videoludica dei velivoli senza pilota rischi di anestetizzare la percezione pubblica della crudeltà bellica.
Voci critiche e assenze mirate
A spezzare l’ordinaria amministrazione della retorica patriottica ci ha pensato anche il fronte politico, attraverso le assenze più che attraverso le presenze. Se da una parte la cerimonia ha visto la partecipazione compatta del Presidente del Consiglio e dei vertici delle Forze Armate, dall’altra il dibattito si è rapidamente spostato sulla mancata partecipazione del Ministro dei Trasporti, la cui assenza ai Fori Imperiali è stata giustificata dall’entourage come “lavoro per evitare uno sciopero dei ferrovieri”.
Il presidente del Senato, intercettato dai cronisti al termine della sfilata, ha commentato il vuoto lasciato dal vicepremier con un secco "mi dispiace, ognuno è dove vuole", aggiungendo una nota di garbato distacco che ha alimentato le cronache politiche del pomeriggio. Una frattura, questa, che ha dimostrato come la Festa della Repubblica possa talvolta riflettere le tensioni della maggioranza più che l’unità nazionale.
Identità e tecnologia in piazza Venezia
La parata, infine, ha rappresentato uno spaccato dell’evoluzione del concetto di difesa: accanto al rombo storico dei reparti dell’Esercito e alla suggestione dei Carabinieri a cavallo, la sfilata ha dedicato ampio spazio ai reparti di incursori dell’Aeronautica e della Marina, con visori notturni e divise mimetiche per scenari artici che poco hanno a che fare con le trincee del Novecento.
L’analista Vignarca, nel suo intervento ripreso dalle agenzie, ha sottolineato come la guerra tecnologica, esaltata in queste occasioni, tenda a occultare la realtà dei conflitti contemporanei, una critica che non ha trovato spazio nei discorsi ufficiali del Quirinale, ma che ha risuonato forte negli appuntamenti alternativi organizzati per la giornata.
Alla fine, mentre Bocelli intonava l’Inno e le nuvole colorate si dissolvevano sul Tevere, la capitale ha lasciato spazio allo show serale in piazza del Quirinale, chiudendo una ricorrenza che, dietro la patina dello spettacolo, continua a interrogare la coscienza civile del Paese sulla sua vocazione militare.




