Bloccata l’ong Aurora dopo il salvataggio di 44 migranti: “Pensano a fermare noi con l’ecatombe in corso”
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Redazione Interno
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Mentre il Mediterraneo continua a inghiottire decine di vite umane – l’ultimo bilancio parla di almeno 82 dispersi in un naufragio avvenuto durante il weekend di Pasqua – le autorità italiane hanno notificato l’ennesimo fermo amministrativo a una nave di soccorso. Si tratta dell’“Aurora”, l’unità veloce della ong tedesca Sea-Watch, finita al centro di una tempesta legale dopo aver tratto in salvo quarantaquattro persone bloccate da cinque giorni sulla piattaforma petrolifera abbandonata Didon, situata in un’area contesa al largo tra la Tunisia e la Libia. L’operazione, portata a termine all’alba del 4 aprile, si è conclusa con lo sbarco dei naufraghi a Lampedusa; un esito che però, agli occhi del Viminale, configura una violazione delle rigide procedure imposte dal cosiddetto decreto Piantedosi.
La contestazione delle autorità e la replica dell’ong
La motivazione addotta per il fermo – che espone l’organizzazione a una sanzione pecuniaria compresa tra i duemila e i diecimila euro – risiede nella mancata comunicazione delle operazioni di salvataggio alle milizie libiche. Un addebito che la portavoce di Sea-Watch, Giulia Messmer, ha respinto con fermezza, ricordando come quelle stesse autorità siano state più volte accusate di gravi abusi ai danni dei migranti. “Perché mai avremmo dovuto informare delle milizie che abusano, torturano e rapiscono persone in cerca di rifugio?” si è chiesta la rappresentante, sottolineando il paradosso di un’Europa che, di fatto, aveva lasciato quei quarantaquattro individui al proprio destino per cinque lunghi giorni. La piattaforma Didon, sebbene ricada tecnicamente in un’area di competenza Sar della Tunisia, era diventata una trappola mortale dalla quale nessuno Stato membro, a detta dell’ong, aveva mostrato alcuna intenzione di estrarre i superstiti.
Il contesto delle stragi e le scelte operative della “Aurora”
La vicenda giudiziaria che coinvolge la “piccola” di Sea-Watch arriva a poche ore di distanza da una delle peggiori tragedie registrate nelle ultime settimane, con un numero impressionante di dispersi che ha riacceso i riflettori sull’inadeguatezza delle politiche di controllo attuali. Secondo quanto ricostruito, l’equipaggio dell’Aurora aveva ricevuto l’allarme dall’associazione Alarm Phone già il primo aprile, ma di fronte all’inerzia generale ha deciso di far rotta verso l’impianto dismesso il 3 aprile, per poi completare il recupero il giorno seguente. Sebbene le autorità italiane avessero designato Porto Empedocle come porto sicuro per lo sbarco – una destinazione ritenuta troppo distante data la scarsità di carburante a bordo – il comandante ha optato per Lampedusa, innescando così la reazione del governo guidato da Giorgia Meloni.
Un braccio di ferro giudiziario che si ripete
Questo provvedimento rappresenta l’ultimo capitolo di una strategia di contrasto alle attività delle ong che il governo porta avanti ormai da mesi, e che solo sette giorni prima aveva portato al fermo della nave ammiraglia Sea-Watch 5. Dal canto loro, tredici organizzazioni di soccorso riunite nella coalizione “Justice Fleet” hanno interrotto qualsiasi coordinamento con Tripoli dallo scorso novembre, basandosi anche su precedenti sentenze dei tribunali italiani che hanno più volte ribadito come la Libia non possa essere considerata un luogo sicuro per il rimpatrio dei naufraghi. “Chiunque criminalizzi il salvataggio sceglie consapevolmente la morte al posto della vita umana”, ha tuonato Messmer, evidenziando il contrasto tra la determinazione nell’applicare le multe e la cronica assenza di una missione di ricerca e soccorso europea dedicata.
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