Report e il dopo Ranucci, il totonomi che anima la Rai: da Mottola a Gomez, ma c’è un nome che non si fa
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Redazione Interno
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L’idea che un programma iconico come Report possa cambiare nuovamente volto, dopo lo storico passaggio di testimone tra Milena Gabanelli e Sigfrido Ranucci avvenuto nel 2017, è un argomento che appassiona non pochi osservatori, dentro e fuori il perimetro di viale Mazzini. Fu proprio la Gabanelli, in quella circostanza, a lasciare al suo successore un’eredità pesante, accompagnata da una frase che Ranucci stesso ha ricordato in un’intervista al Corriere della Sera nel 2024: «Ti lascio Report e l’insonnia».
Una battuta che sintetizza la complessità e la pressione che grava su chi si siede alla guida di un programma di inchiesta di quella portata. Eppure, a distanza di anni, il dibattito sulla successione si riaccende con toni che vanno ben oltre il semplice gioco di società, toccando le corde più sensibili della gestione aziendale e dell’indirizzo editoriale della televisione pubblica.
Un totonomi da dieci nomi, ma il favorito resta in ombra
Il totonomi per il dopo Ranucci è già partito, alimentato da indiscrezioni che rincorrono possibili profili in grado di raccogliere l’eredità del conduttore romano. Tra le ipotesi circolate con maggiore insistenza si fanno i nomi di volti noti del giornalismo e dell’intrattenimento: da Enrico Mentana a Giovanni Floris, passando per Gianluigi Nuzzi, Andrea Scanzi, Luca Abete, e persino il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, e il fondatore de Il Post, Luca Sofri.
Ma la lista, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe ancora più lunga, arrivando a includere anche il nome di Giuliano Foschini e, con una certa suggestione, quello di Roberto Saviano, sebbene quest’ultima ipotesi sia stata più volte smentita dall’interessato. La sorpresa, tuttavia, è rappresentata da un nome che, per molti, spicca su tutti: quello di Sigfrido Ranucci stesso.
Paradosso o no, l’idea che l’attuale conduttore possa restare al suo posto, magari con un ruolo diverso, è un’eventualità che tiene banco, anche perché la Rai sa bene che una sostituzione forzata scatenerebbe polemiche difficili da gestire.
E in questo scenario, un altro nome che torna ciclicamente è quello di Marco Travaglio, che però ha sempre risposto con un secco "no" a qualsiasi corteggiamento, mentre la suggestione legata a una conduzione affidata a due "consoli" farebbe pensare a una sorta di tandem per alternare servizi e conduzione, magari con un volto femminile e uno maschile, ma per ora resta una pura ipotesi giornalistica.
La relazione del Comitato etico e il momento delicato della ripresa
In questo clima di fibrillazione, un elemento concreto rischia di pesare come un macigno sul futuro della trasmissione. Si tratta della relazione della Commissione stabile per il codice etico, il cosiddetto Comitato etico, che potrebbe arrivare oggi stesso sulla scrivania dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Il documento, che non sarà reso pubblico, riguarda la condotta di Sigfrido Ranucci e in particolare alcune questioni relative ai rapporti con le fonti e ai presunti attacchi ai colleghi, nonché alla gestione di alcune inchieste.
Il testo servirà a Rossi per valutare il comportamento del giornalista, ma secondo quanto si apprende, una decisione definitiva non verrà presa prima della pausa ferragostana. La scelta, che rientra nelle prerogative esclusive dell’ad, sarà ponderata con attenzione, anche perché la trasmissione è considerata da Rossi stesso un asset irrinunciabile per l’azienda. La ripresa di Report, prevista per l'8 novembre, si profila quindi come un momento estremamente delicato, capace di mettere a nudo le tensioni interne a un’azienda che sta vivendo una fase di forte turbolenza politica e gestionale.
Le difese politiche e le accuse di uno scenario "melomane"
Il caso Ranucci, tuttavia, ha assunto una piega che va oltre le semplici dinamiche aziendali, finendo al centro di un acceso dibattito politico. Le recenti dichiarazioni di Valter Lavitola hanno rappresentato un’ulteriore, decisiva svolta, proiettando la vicenda su un piano giudiziario e mediatico di primo piano. In questo contesto, è intervenuta Barbara Floridia, esponente del Movimento 5 Stelle ed ex presidente della commissione di vigilanza Rai, che in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano ha assunto una posizione netta in difesa del conduttore.
Floridia ha definito Ranucci una "vittima tre volte": vittima di un attentato, per fortuna non concretizzatosi in una tragedia, vittima di una macchinazione ordita da una persona che conosceva, e infine vittima di quella che lei stessa definisce una "Rai sotto il controllo meloniano". L’accusa, esplicita e pesante, richiama l’attenzione su un presunto tentativo di condizionamento dell’informazione pubblica, un tema che da tempo infiamma le opposizioni e che trova proprio nella gestione di Report uno dei terreni di scontro più accesi.
Una poltrona che scotta e le incognite del futuro immediato
Che il dopo Ranucci non sia una semplice partita a scacchi tra nomi è ormai chiaro a tutti gli addetti ai lavori. La trasmissione, da sempre simbolo del giornalismo d’inchiesta più scomodo per il potere costituito, rappresenta un banco di prova per qualsiasi amministratore delegato, che deve bilanciare le esigenze di indipendenza dell’informazione con le pressioni che inevitabilmente arrivano dalla politica e da settori dell’economia.
L’eventuale allontanamento di Ranucci, o anche solo una sua riduzione di ruolo, verrebbe letto come un segnale forte, forse troppo, da parte di un’azienda che sta cercando di navigare in acque tempestose. Ecco perché, anche se il totonomi continua a impazzare su giornali e social network, la sensazione è che la partita vera si giochi altrove, tra le pieghe di una relazione del comitato etico e le valutazioni di un amministratore delegato che sa bene quanto pesante sia la responsabilità di decidere il futuro di un programma che ha fatto la storia del servizio pubblico.
La ripresa dell'8 novembre, con l’ad che considera la trasmissione un asset irrinunciabile, sarà il primo vero test per capire se l’aria che si respira è quella di un cambiamento epocale o di una riconferma che, almeno per ora, sembra essere la soluzione meno gravida di conseguenze.
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