Como, la prima volta in Champions non si scorda mai: festa popolare e cuore da quartiere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'indomani della qualificazione alla Champions League – un traguardo che per il Como rappresenta la prima volta in 99 anni di storia, dopo aver annusato soltanto qualche «coppetta smunta» coi vicini svizzeri – non ci si abbandona a facili trionfalismi né a sventolii di bandiera a oltranza.

La città lariana, e in particolare la sua periferia sud, quel quartiere Albate che per vocazione popolare è da sempre una gran fabbrica di tifo (quando il Como arrancava, precipitava, falliva), trattiene l'euforia con la compostezza e il pragmatismo che ne contraddistinguono l'anima.

Eppure la festa c'è, eccome: lunedì sera quindicimila tifosi hanno sfilato a passo d'uomo per le vie del centro accanto ai propri beniamini, durante il «Como si dice Champions» tour partito dal Sinigaglia, con un pullman scoperto e un «Paz» letteralmente impazzito di gioia sul parapetto del primo mezzo.

Non c'è una coppa da esporre, né un titolo da aggiungere all'albo d'oro, ma l'impresa di questi ragazzi – e la si può definire tale senza timore di esagerare – vale forse anche di più, destinata a restare incisa nel cuore biancoblù della città.

Il quartiere Albate, fabbrica di tifo tra operai e migranti

Per comprendere la natura di questa gioia, bisogna scendere da Como città e addentrarsi in quelle periferie dove le case e le palazzine son basse, prive di ricercatezze, abitate da operai in pensione e generazioni di migranti. È lì, tra oratori e antichi negozi di Albate, che si è sempre annidata la linfa più autentica del tifo comasco, quella che non molla nemmeno quando la squadra fallisce o precipita nelle serie minori.

Non a caso, lo scorso luglio la tradizionale festa estiva della Curva Como ha traslocato proprio ad Albate, nel giardino di Cascina Massee, trasformandosi in tre giorni di musica, cori e passione per un Como che finalmente poteva cominciare a sognare l'Europa. Un trasferimento non solo logistico, hanno spiegato gli organizzatori, ma anche simbolico: il Como era tornato a essere protagonista nella vita della città, non solo sui campi di provincia.

Diez, la botta rimediata e il desiderio di risarcire la curva

A trascinare la festa, tra i volti più acclamati dei beniamini a bordo del pullman scoperto, c'era anche il «Diez», quel trequartista che domenica scorsa a Cremona non era sceso in campo a causa dei postumi di una botta rimediata nei turni precedenti. E proprio per questo – lo si legge negli occhi e nei gesti di chi conosce il valore del risarcimento morale – forse ci teneva particolarmente a farsi perdonare l'assenza, concedendosi ai cori e agli abbracci dei quindicimila che avevano invaso le vie del centro.

Il suo gesto, così come quello dell'intera rosa a disposizione di Fabregas, ha suggellato un patto non scritto ma solidissimo: quello tra una squadra capace di miracoli sportivi (dal campo spelacchiato della provincia agli stadi prestigiosi d'Europa in pochissimi anni) e una tifoseria che non era nemmeno nata, in molti casi, l'ultima volta che il Como aveva assaggiato la serie A prima dell'era Hartono.

Lo striscione del 1988 e l'anima ironica del tifo italiano

C'è voluto del tempo, comunque, perché il Como diventasse famoso al di fuori dei propri confini provinciali. Correva l'anno 1988, era il 18 dicembre, e allo stadio Sinigaglia andava in scena Como-Fiorentina. Quel giorno, dalla curva fiorentina, un gruppo di «Supporters» espose uno striscione destinato a entrare nella storia del tifo italiano per la sua geniale ironia: «Voi comaschi, noi colle femmine».

L'ideatore era Ferruccio, un portantino dell'ospedale Careggi di Firenze, e il lenzuolo – un gioco di parole tanto semplice quanto efficace – conquistò talmente tanto la ribalta nazionale da essere premiato anni dopo, nel 2005, dallo stesso Cristiano Militello di «Striscia la notizia» insieme a Gianni Rivera, durante la rassegna «Scudetto degli striscioni». Oggi che il Como vola in Champions, quella battuta rimane lì, a ricordare un calcio più leggero, meno artefatto, dove l'unico livido era quello dell'amor proprio ferito da uno sfottò ben riuscito.

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