Milano Cortina, l'Italia da leggenda: trenta medaglie e una doppietta nello ski cross che commuove

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C'è un'Italia che non si ferma, che ieri, nella penultima giornata di gare, ha confezionato l'ennesimo capolavoro, andando a segno per tre volte e trasformando quella che già era un'Olimpiade straordinaria in qualcosa che assomiglia a un'epopea sportiva. Con il triplo sigillo di Livigno, il bottino degli azzurri è diventato semplicemente mostruoso: trenta medaglie, con dieci d'oro, sei d'argento e quattordici di bronzo, un ruolino di marcia che costringe chiunque, anche i più scettici, a parlare di Giochi leggendari. E in questa ridda di successi, ce n'è uno che brilla di luce propria, non solo per l'impresa tecnica, ma per il carico emotivo che si porta dietro.

Una storica doppietta che profuma di leggenda

A Livigno, sulla neve della Valtellina, è stata scritta una pagina che nessuno aveva mai osato nemmeno immaginare. L'Italia, nello ski cross, non aveva mai visto un suo atleta sul podio olimpico, e invece ieri ne sono arrivati due contemporaneamente, uno d'oro e uno d'argento. Simone Deromedis, trentino doc, ha dettato legge dall'inizio alla fine, imponendo un ritmo che nessuno è riuscito a replicare, e dietro di lui, a pochi centesimi, è spuntato Federico Tomasoni, capace di beffare al fotofinish lo svizzero Alex Fiva in una volata da manuale. Una doppietta che sa di storico, la prima per questi Giochi di casa, arrivata in una specialità di velocità e contatto dove la fortuna conta quanto il coraggio, e che ha scatenato la festa nei 1.500 accorsi a Castione della Presolana, patria di Tomasoni, sceso in piazza per abbracciare il suo eroe.

L'argento di Tomasoni e il ricordo di Matilde

Ma la medaglia d'argento di Federico Tomasoni, per quanto scintillante, è solo una parte della storia, perché quel secondo posto, conquistato con il cuore e con i denti, è diventato immediatamente qualcosa di più intimo e universale. Tomasoni, arrivato al traguardo, è scoppiato in lacrime, alzando gli occhi al cielo in un gesto che non lasciava spazio a dubbi: quel successo era per Matilde. Matilde Lorenzi, sciatrice di belle speranze, strappata alla vita a soli 19 anni il 28 ottobre del 2024 durante un allenamento in Val Senales, era la sua fidanzata, e Federico non l'ha mai dimenticata, portandola con sé in pista attraverso un casco decorato con un sole giallo, simbolo della fondazione "Matildina4Safety" creata dalla famiglia per migliorare la sicurezza sugli sci. Adolfo, il padre di Matilde, ha confessato, con la voce rotta dall'emozione, di non aver ancora smesso di piangere nel vedere la gara di Federico, un'emozione talmente grande da risultare quasi difficile da descrivere, un turbine di sentimenti contrastanti che uniscono la gioia sportiva al dolore di una perdita mai elaborata.

L'abbraccio di Castione e il siparietto tra campioni

Mentre Castione della Presolana tributava il suo affetto a Tomasoni, a Casa Italia andava in scena un'altra scena, più leggera ma altrettanto significativa. Deromedis e Tomasoni, arrivati nel quartier generale azzurro, sono stati accolti da una standing ovation, e lì, tra un sorriso e l'altro, hanno raccontato il retroscena di una finale condotta con intelligenza tattica. "Di solito, quando gareggiamo insieme, finiamo per buttarci fuori o finire nelle reti – hanno scherzato – ma oggi ci siamo parlati, ci siamo detti 'attento che arrivo', proteggendoci le spalle a vicenda". Un comportamento stranamente accorto, come hanno ammesso loro stessi, che ha permesso all'Italia di blindare un risultato che difficilmente verrà dimenticato.

L'arte oscura degli skiman e la firma del Falcade

Dietro queste imprese, però, c'è un lavoro che il grande pubblico spesso ignora, un lavoro oscuro fatto di notti in ski room e di attimi decisivi a bordo pista, ed è quello degli skiman. Sulle tavole dei "missili" azzurri, ieri capaci di volare più veloci di tutti, c'è l'ennesima firma dello Ski College Veneto di Falcade, un vivaio che continua a sfornare talenti e a mettere la propria competenza al servizio della nazionale. Kevin Marchetto, questo il nome dell'artigiano delle lamine, ha contribuito in maniera determinante a fare la differenza, perché in discipline come lo ski cross, dove i centesimi separano la gloria dall'oblio, avere un attrezzo perfetto è metà dell'opera, e ieri, a Livigno, l'opera è stata perfetta sotto ogni punto di vista.

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