La sindrome di Stoccolma della sinistra e il rischio di una nuova guerra fredda nell’Europa di Meloni
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Redazione Esteri
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Da una parte c’è chi, come la sinistra italiana ed europea, si scopre improvvisamente paladina della sovranità nazionale applaudendo il “no” di Giorgia Meloni a Donald Trump, quasi che il richiamo alle “radici cristiane” e la difesa degli interessi nazionali fossero sempre stati il loro pane quotidiano. Dall’altra, però, c’è la stessa sinistra che fino a ieri ci aveva descritto come una nazione di “capre al pascolo americano” e che oggi, con una sincerità che lascia quantomeno perplessi, esulta per le tensioni transatlantiche quasi fossero una liberazione. Questa contraddizione – che affonda le radici in una sorta di sindrome di Stoccolma ideologica – emerge con chiarezza in queste ore, mentre il tycoon alla Casa Bianca (rieletto ormai da più di un anno, tanto che la sua vittoria non fa più notizia) continua a gettare benzina sul fuoco dei rapporti con i vecchi alleati.
Eppure, a guardare bene le ultime 72 ore, lo scenario appare molto più complicato di un semplice faccia a faccia tra il presidente americano e la premier italiana. Perché se è vero che Trump ha rotto i ponti su più fronti – aprendo persino un fronte extraterreno con il nuovo Pontefice, Leone XIV, in barba alla divisione tra politica e religione sancita dalla Costituzione americana – è altrettanto vero che le reazioni europee a queste provocazioni non sono affatto unitarie. La vittoria schiacciante della destra di Péter Magyar in Ungheria, per esempio, ha mandato un segnale ambiguo: da un lato, la fine dell’era Orban (sconfitto dopo 16 anni) potrebbe riavvicinare Budapest a Bruxelles; dall’altro, molti osservatori notano come la sinistra continentali abbia già iniziato a fare i conti con il nuovo corso ungherese, un corso che proprio il mainstream europeo aveva additato come “antieuropeista” fino a pochi giorni fa.
Roma senza gli Usa: il rischio concreto dell’isolamento nel “pantano” europeo
L’attacco diretto di Trump a Meloni – che l’accusa di non avere “coraggio” e di non volerlo seguire nel conflitto iraniano – rischia paradossalmente di rafforzare il consenso interno alla leader di Fratelli d’Italia, ma espone il paese a un isolamento geopolitico di non poco conto. L’Italia, in questo momento, si trova in bilico: se da una parte subisce le angherie della Casa Bianca (che non esita a parlare di dazi e a rivendicare interessi strategici come la Groenlandia), dall’altra si scontra con la freddezza di Germania e Francia, storicamente restie a considerare Roma un partner alla pari quando si tratta di ridefinire gli equilibri militari e politici del continente.
Non è un caso, infatti, che proprio in queste settimane Parigi e Berlino stiano accelerando su un cosiddetto “Piano B” per la difesa europea. L’idea, che prende forma sotto la sigla “Nato Europa”, punta a piazzare più europei in ruoli di comando chiave all’interno dell’Alleanza, sostituendo gradualmente le capacità militari americane con risorse proprie per timore di un ritiro totale degli Stati Uniti. L’Italia, in questo gioco, rischia di restare fuori dai giochi: mentre Francia e Germania si spartiscono i ruoli di comando e discutono di deterrenza nucleare, la nostra premier si trova a dover gestire un conflitto diplomatico su due fronti, senza quella rete di alleanze solide che potrebbe garantirle un ruolo da protagonista.
La tattica delle “scintille” e lo spettro della frattura globale
Sarà forse solo una tattica, tra le tante, quella a cui ci ha abituato Trump. Le sue critiche, spesso furiose e apparentemente illogiche, potrebbero rivelarsi semplici scintille di un dibattito che naufraga nei soliti luoghi comuni – i dazi, la Groenlandia, la spesa per la Nato – senza mai concretizzarsi in una rottura definitiva. Eppure, questa volta lo scenario è più inquietante, perché l’America di Trump non è solo sola, ma è anche decisa ad arrivare “prima” (dove? Sulla Luna lo era già dal 1969) senza curarsi di chi resta indietro.
La frattura non riguarda solo l’Europa. Lo spettro globale – Euroatlantico, Indo-Pacifico, Brics e Medio Oriente – vede gli Stati Uniti competere per la leadership in ogni dove, e i recenti scontri con il Vaticano dimostrano che nemmeno la morale religiosa è più un terreno neutrale. Per l’Italia, che storicamente ha basato la sua politica estera sulla mediazione e sui ponti, questa nuova era di scontri diretti rappresenta una minaccia esistenziale. Rischiamo di diventare la pedina sacrificabile di una scacchiera dove a muovere i pezzi sono solo i pesi massimi.
L’europantano e la ricerca di un nuovo baricentro
Se l’Ungheria volta pagina con Magyar, che promette di ripristinare lo Stato di diritto e sbloccare i fondi europei congelati, l’Italia rischia di trovarsi ancora più sola nel cosiddetto “europantano”. Meloni, che fino a ieri guardava a Orban come a un alleato naturale nel gruppo dei Patrioti, si ritrova ora a fare i conti con un’Europa che tenta di riunirsi proprio attorno ai valori che lei stessa ha spesso contestato. L’Occidente, insomma, è a pezzi; ma per l’Europa questa potrebbe essere una chance, a patto di saper cogliere il momento senza farsi distrarre dalle polemiche personali tra leader.
La partita, dunque, è aperta. E mentre la sinistra nostrana si esalta per le parole “coraggiose” della premier contro Trump, dimenticandosi delle proprie storiche riserve atlantiste, il resto del mondo va avanti. La vera posta in gioco non è la sopravvivenza del rapporto Meloni-Trump, ma la capacità dell’Italia di navigare in un oceano in tempesta senza una bussola e, soprattutto, senza alleati certi.




