Cina e Usa: la guerra fredda che era nell’aria
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Redazione Esteri
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La competizione sistemica tra Cina e Stati Uniti ha ormai assunto i contorni di un conflitto non dichiarato, una guerra fredda che, sebbene ancora contenuta, segna un punto di non ritorno. Le scelte protezioniste dell’era Trump, con l’inasprimento dei dazi e le tensioni commerciali, non hanno fatto altro che accelerare un processo già in atto, spingendo le due superpotenze verso un inevitabile scontro. Le loro dimensioni, gli interessi strategici e le ambizioni globali rendono lo scontro strutturale, nonostante l’interdipendenza economica che ancora le lega.
Uno degli ultimi atti di questa contrapposizione è la decisione cinese di imporre nuove restrizioni all’export di terre rare e magneti verso gli Usa, una mossa che colpisce al cuore l’industria militare e tecnologica americana. Pechino, controllando quasi interamente la filiera di questi materiali – fondamentali per settori come la difesa, l’energia e l’elettronica – ha alzato il prezzo del confronto, costringendo Washington a fare i conti con una vulnerabilità strategica difficile da aggirare. Le licenze speciali richieste per l’esportazione di sei metalli rari, raffinati quasi esclusivamente in Cina, rappresentano un’arma economica che potrebbe spingere gli Stati Uniti a cercare alternative, per quanto complesse da realizzare.
Intanto, in Europa, la Francia sembra aver trovato nella corsa al riarmo una soluzione ai propri problemi di bilancio. Macron, con l’obiettivo di ridurre il deficit al 4,6% del Pil entro il 2026, guarda con interesse all’escalation militarista di Bruxelles, abbandonando parzialmente le priorità green in favore di una spesa militare che potrebbe superare i 40 miliardi. Una scelta che, al di là delle giustificazioni economiche, riflette un continente sempre più diviso tra logiche di sovranità e dipendenze strategiche.




