La nazionale femminile iraniana sfida il regime: silenzio contro l’inno alla Coppa d’Asia
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Redazione Sport
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Il gesto, composto e corale, è stato di quelli che non passano inosservati, capaci di riverberare ben oltre i confini del rettangolo di gioco. La nazionale femminile di calcio dell’Iran, scesa in campo ieri sera al Gold Coast Stadium nel Queensland per il suo match d’esordio nella Coppa d’Asia contro la Corea del Sud, ha scelto la via del silenzio. Quando l’impianto audio ha diffuso le note di “Mehr-e Khavaran”, l’inno della Repubblica Islamica, ogni singola giocatrice – con il capo coperto dal velo obbligatorio – e lo staff tecnico sono rimasti immobili, con lo sguardo fisso di fronte a sé, senza aprire bocca. Un silenzio assordante, rotto solo dalla musica, che ha preceduto il calcio d’inizio di una partita poi terminata 3-0 per le sudcoreane. In tribuna, a testimoniare la portata politica del momento, alcuni sostenitori hanno issato bandiere risalenti all'era dello Scià, quelle con il leone e il sole, simbolo dell'Iran pre-rivoluzionario.
L’episodio, ampiamente ripreso dalla stampa internazionale, tra cui il Guardian, assume contorni ancora più significativi se calato nel contesto drammatico che sta vivendo il loro Paese d’origine. Le atlete, allenate da Marziyeh Jafari, sono arrivate in Australia pochi giorni prima che sugli scenari mediorientali si abbattesse una nuova e violenta ondata di conflitto. Gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump, e Israele hanno lanciato a fine febbraio un'offensiva militare su larga scala contro l'Iran, un'operazione che ha portato, tra le altre conseguenze, alla morte dell'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica per decenni. In questo clima di guerra e di sconvolgimento politico, la partita di Coppa d'Asia rappresentava la prima uscita pubblica della rappresentativa iraniana.
Il rifiuto di commentare e la morsa della Federazione
Alla pressione internazionale per una reazione, lo schieramento iraniano ha opposto un muro di gomma, fatto di parole non dette e di domande lasciate cadere. Sia il commissario tecnico Jafari sia le calciatrici, interpellate dai giornalisti, hanno infatti declinato ogni richiesta di commento riguardante sia la guerra in corso sia la morte dell'ayatollah Khamenei. Una posizione di chiusura totale che è stata peraltro facilitata, o meglio imposta, dalla stessa confederazione asiatica. Un rappresentante dell'AFC, presente in conferenza stampa, ha più volte interrotto le domande dei cronisti che tentavano di indagare il versante politico della vicenda, invitando con fermezza a concentrare l'attenzione esclusivamente sugli aspetti tecnici dell'incontro e sulla competizione sportiva. Una prassi, quest'ultima, che solleva inevitabili interrogativi sul grado di libertà di espressione concesso a queste atlete, costrette a destreggiarsi tra la rappresentanza della loro nazione e le tragiche notizie che arrivano da casa.
Non è la prima volta che una rappresentativa iraniana utilizza il palcoscenico calcistico per un atto di dissidenza silenziosa. Durante i mondiali maschili in Qatar del 2022, la squadra maschile non aveva cantato l'inno in segno di solidarietà con le proteste di "Donna, vita, libertà" che infiammavano il paese dopo la morte di Mahsa Amini. Oggi, in un contesto bellico e con un regime che appare in seria difficoltà, le calciatrici hanno riproposto quel gesto, carico di significati ancora più profondi. Al di là del risultato sportivo, la loro presenza stessa in Australia e la scelta del silenzio appaiono come un atto di straordinario coraggio, tanto più se si considerano le restrizioni che subiscono quotidianamente in patria e i rischi a cui potrebbero andare incontro una volta fatto ritorno. La loro sfida, muta e composta, è diventata il vero simbolo di questa Coppa d'Asia, ben più di qualsiasi gol.




