Il fatturato dell’industria del mobile in calo, l’export tiene ma il mercato interno frena
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Redazione Economia
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L’andamento del settore dell’arredamento, un comparto che per il made in Italy rappresenta una voce fondamentale del bilancio manifatturiero, sta attraversando una fase contraddittoria che merita un’analisi approfondita. I dati relativi all’ultimo trimestre, elaborati dal centro studi di FederlegnoArredo, dipingono infatti un quadro a due velocità: da un lato, la componente legata alle vendite oltreconfine continua a macinare risultati positivi, seppur con ritmi meno sostenuti rispetto allo straordinario biennio post-pandemico; dall’altro, la domanda interna mostra chiari segni di affaticamento, un peso che alla fine si riflette sul fatturato complessivo delle aziende del legno-arredo, sceso dello 0,9% su base annua.
Analizzando i flussi commerciali, l’export, che vale circa il 40% del fatturato di settore, ha registrato un incremento del 3,2% trainato principalmente dai mercati extraeuropei. Gli Stati Uniti, nonostante un contesto internazionale complesso e un’amministrazione Trump nuovamente alla guida del paese con le sue politiche protezionistiche, si confermano il primo mercato di sbocco per l’arredo italiano di alta gamma, con una crescita a doppia cifra per i prodotti di lusso. Bene anche l’Asia, con la Cina che torna a comprare dopo gli anni difficili della pandemia, e il Medio Oriente, dove i grandi progetti legati alle città del futuro richiedono arredi di pregio e design firmato Italia. In Europa, però, si registra una divaricazione: la Germania, nostro principale partner commerciale, rallenta la sua corsa a causa dell’incertezza economica interna, mentre la Francia tiene e la Spagna addirittura accelera, premiando la nostra produzione.
Il nodo del mercato interno e le difficoltà delle piccole imprese
Sul fronte domestico, la musica è purtroppo diversa. Le vendite in Italia, che assorbono ancora la maggior parte della produzione, sono calate del 3,5%, un dato che preoccupa gli operatori e che è legato a una combinazione di fattori strutturali e congiunturali. Da una parte, l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie, dovuta a un’inflazione che, seppur in calo, ha lasciato il segno sui salari reali, spinge i consumatori a rimandare gli acquisti di beni durevoli come i mobili. Dall’altra, il brusco rallentamento degli incentivi statali legati all’edilizia, che avevano trainato il settore negli anni precedenti, ha creato un vuoto di domanda difficile da colmare. Il comparto dell’arredo, infatti, è strettamente correlato al mercato immobiliare: se si comprano meno case o si ristruttura meno, cala inevitabilmente anche la richiesta di cucine, divani e armadi.
Questa dinamica, che vede l’export sorreggere un settore in difficoltà sul mercato nazionale, colpisce in modo differenziato il tessuto produttivo. Le grandi aziende, quelle con una struttura internazionale consolidata e una presenza capillare nelle fiere e negli showroom di New York, Parigi o Shanghai, riescono a compensare il calo interno con la spinta estera. Per le piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare e storicamente dipendenti dal mercato italiano, la situazione è invece più complessa. Molte di loro, pur vantando un’eccellenza artigianale riconosciuta, faticano a penetrare i mercati lontani e a sostenere i costi della logistica e della promozione internazionale, ritrovandosi così esposte alla contrazione della domanda locale senza un paracadute.
La transizione green e digitale come possibile volano futuro
Non mancano, nel quadro delineato dalle associazioni di categoria, alcuni segnali positivi che potrebbero invertire la tendenza nei prossimi mesi. Il primo riguarda l’innovazione di prodotto e di processo: molte aziende stanno investendo nella cosiddetta “transizione gemella”, quella ecologica e digitale, per rispondere alle nuove sensibilità dei consumatori. La richiesta di mobili sostenibili, realizzati con materiali riciclati o provenienti da filiere certificate, è in forte aumento, soprattutto tra le generazioni più giovani, e l’industria italiana è partita con slancio in questa direzione. Allo stesso modo, l’adozione di tecnologie digitali per la vendita, come i configuratori 3D online e la realtà aumentata che permette di visualizzare un mobile nella propria casa prima dell’acquisto, sta diventando un fattore competitivo determinante.
Parallelamente, si osserva un ritorno all’interesse per l’artigianato di qualità. In un mercato globale saturo di prodotti standardizzati e spesso di bassa fascia, il consumatore facoltoso, ma non solo lui, riscopre il valore del “fatto in Italia”, della personalizzazione e della durabilità del prodotto. Questo trend premium, che spinge verso l’alto il valore medio dei pezzi venduti, contribuisce a sostenere i margini delle aziende, anche in presenza di volumi leggermente calanti. Le fiere di settore, a partire dal Salone del Mobile di Milano, hanno registrato una presenza straordinaria di buyer stranieri, un termometro che indica una salute robusta del prodotto Italia nel mondo, nonostante le turbolenze che agitano le acque del commercio internazionale.
Il peso delle materie prime e le incertezze geopolitiche
A gravare sulle prospettive del settore permangono però alcune incognite di non poco conto, a partire dall’andamento del costo delle materie prime. Sebbene i listini di legno e metalli si siano stabilizzati dopo i picchi toccati nel 2022, permangono delle tensioni sulla componentistica tecnologica e, soprattutto, sui costi energetici. Per un comparto manifatturiero come quello del mobile, che richiede processi produttivi ad alta intensità energetica per la lavorazione del legno e la verniciatura, il prezzo dell’elettricità e del gas rimane una variabile strategica in grado di determinare la competitività, specialmente nei confronti dei produttori di paesi con costi energetici più bassi. Le ultime fluttuazioni dei mercati energetici, legate agli scenari geopolitici mondiali, mantengono alta la tensione sui bilanci aziendali.
Inoltre, il quadro normativo internazionale si fa sempre più complesso. Le nuove regolamentazioni europee in materia di deforestazione importata, ad esempio, impongono alle aziende una rigorosa tracciabilità della filiera del legno, un obbligo che comporta investimenti burocratici e organizzativi non indifferenti, soprattutto per le imprese di minori dimensioni. Le aziende si trovano quindi a dover navigare tra la necessità di innovare e investire in sostenibilità, da un lato, e la difficoltà di un mercato interno che non tira e di una burocrazia che rallenta, dall’altro. Un equilibrio complesso, quello che l’industria del mobile italiana è chiamata a trovare, per continuare a essere un faro del design mondiale senza perdere il contatto con il suo tessuto produttivo più autentico e radicato nel territorio.




