Caso Report, La Russa: “Mai chiesta la rimozione di Ranucci”. Ma la Rai cambia tutto e il caso diventa politico
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Redazione Interno
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La settimana che potrebbe segnare il futuro di Report, lo storico programma d’inchiesta di Rai3, si apre con un'intervista, se così si può definire, in cui il presidente del Senato, Ignazio La Russa, prova a mettere un punto fermo sulla vicenda che sta scuotendo il servizio pubblico.
Intervenuto a margine di EtnaForum, La Russa ha dichiarato di non aver mai chiesto la sostituzione del conduttore Sigfrido Ranucci, aggiungendo però che, a suo avviso, andrebbe abolita la metodologia del programma, ovvero quel modo di fare giornalismo d'inchiesta che, secondo il presidente di Palazzo Madama, sarebbe da rivedere radicalmente.
Le parole di La Russa, pronunciate in un momento di grande tensione, arrivano mentre in Rai è già partita la macchina organizzativa per la nuova stagione, con i nomi dei sostituti alla conduzione già comunicati: Andrea Piervincenzi e Giulia Presutti, chiamati a raccogliere l'eredità di una trasmissione che ha fatto la storia del servizio pubblico.
Il nodo della metodologia e la replica dell'avvocato
La posizione di La Russa, apparentemente volta a sdrammatizzare il conflitto personale con il conduttore, ha in realtà aperto un fronte ancora più ampio. Affermare che non si è chiesta la testa di Ranucci, ma che si contesta il metodo, significa sollevare un problema di merito che investe l'intero impianto del programma: un’inchiesta giornalistica che ha spesso messo in difficoltà il potere politico ed economico, come dimostrano le puntate degli ultimi anni.
E se da un lato il presidente del Senato cerca di prendere le distanze da un'accusa diretta di censura, dall'altro il legale di Ranucci ha replicato seccamente, chiedendo con una certa durezza: “Spiegateci perché”. Una richiesta di chiarezza che suona come una sfida, un invito a mettere nero su bianco quelle che sarebbero le criticità del metodo, anziché limitarsi a dichiarazioni generiche in occasione di un forum. Il clima è rovente, e la sensazione è che la partita non si giochi solo sulla conduzione, ma sul ruolo stesso che l'inchiesta deve avere nel palinsesto della tv pubblica.
Lo stallo in redazione e il rifiuto dei capi-autore
Mentre la politica dibatte, dentro la redazione di Report si vive una situazione di stallo che appare sempre più complicata da gestire. Domani, il direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini, incontrerà Bernardo Iovene e Giulio Valesini, due degli inviati storici del programma, che hanno rifiutato la nomina a capi-autore. Una decisione, quella della dirigenza, arrivata senza che i due giornalisti sapessero nulla per quanto riguarda il resto del team, a cominciare dall'identità dei futuri conduttori.
Questo rifiuto è un segnale molto forte, che testimonia il disagio di chi ha costruito la reputazione del programma sul campo e si vede scavalcato da scelte calate dall'alto, in un clima di sfiducia che rischia di paralizzare la produzione delle nuove puntate. Il nodo della messa in onda, che deve essere definito al più presto, resta sospeso, e la corsa contro il tempo per allestire una nuova stagione si scontra con la volontà di una redazione che sembra non riconoscersi più nelle scelte aziendali.
Le voci critiche: Zaccaria e l'assenza di pluralismo
A gettare ulteriore benzina sul fuoco è l'intervento dell'ex presidente Rai, Roberto Zaccaria, che in un'intervista ha espresso tutta la sua preoccupazione per l'evoluzione della gestione aziendale del caso. Zaccaria, che di Rai e di politica se ne intende, ha sottolineato come sia cambiata la filosofia di fondo rispetto al passato, evocando la celebre metafora dell'“aggiungi un posto a tavola”. Un modo per dire che oggi non si cerca più l'allargamento del confronto e delle voci, ma piuttosto una omologazione che rischia di impoverire il servizio pubblico.
La preoccupazione di Zaccaria è che si sia persa quella vocazione pluralista che dovrebbe essere l'essenza della Rai, e che il caso Ranucci rappresenti solo la punta di un iceberg più profondo. Una tesi, quest'ultima, sposata in pieno anche dalla senatrice Barbara Floridia, presidente M5s della commissione Vigilanza, che è stata ancora più tranchant. Floridia parla apertamente di “editto” della destra contro il giornalismo d'inchiesta, sostenendo che la Rai, occupata dalla maggioranza di governo, consideri Report una tassa indigesta, un brutto scoglio da cui liberarsi.
La senatrice, mettendo insieme i pezzi del puzzle, legge in queste mosse un disegno preciso, che avrebbe lasciato tracce ovunque e che avrebbe come obiettivo finale non la semplice sostituzione di un conduttore, ma l'azzeramento di un modello di giornalismo scomodo per il potere.
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