Il caso Conte e il caso Boccia: due storie di self branding che s’incrociano nel vuoto della politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non occorre essere particolarmente avvezzi ai meccanismi della comunicazione contemporanea per notare come, ormai da qualche tempo, la politica italiana — e con essa l’intero dibattito pubblico — venga scossa da terremoti narrativi che nascono lontano dalle redazioni tradizionali. Sono i nuovi format, dalle Instagram stories ai podcast, a dettare l’agenda: trasformano l’anonimato in visibilità virale, condizionando il discorso nazionale prima ancora che i legacy media, con i loro tempi più compassati, riescano a rendersene conto. Un filo rosso, sottile ma resistente, lega le vicende di Maria Rosaria Boccia (il cui nome è ormai indissolubilmente associato a quello dell’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano) e quelle di Claudia Conte, finita sotto i riflettori per la relazione con l’attuale titolare del Viminale, Matteo Piantedosi.

La doppia morale (dem) e l’incerta linea di confine tra privato e pubblico

Mentre la nazione intera si ritrova con il fiato sospeso — per usare una metafora giornalistica ormai consunta, ma in questo caso piuttosto calzante — di fronte allo spinoso dilemma se il caso Piantedosi-Conte debba essere archiviato come un fatto politico o piuttosto come una rivalsa di natura sentimentale, la vicenda lentamente invade il campo progressista. Proprio lì, tra i democratici, la bandiera più sventolata è quella di una presunta superiore moralità: «Non ci interessa il gossip sulla vita privata del ministro», ripetono in coro, «ma pretendiamo trasparenza assoluta sulle nomine nelle istituzioni pubbliche». Una posizione, la loro, che cela una doppia morale difficile da ignorare. Perché se è vero che l’occhio vigile del partito si è subito puntato sugli incarichi e sulle consulenze, è altrettanto vero che la narrazione mediatica ha finito per nutrirsi proprio di quegli elementi personali che ufficialmente si vorrebbero bandire dal dibattito.

Claudia Conte, il ristorante di famiglia e i conti poco chiari di una scalata social

Dopo la rivelazione rilasciata durante un’intervista — «non posso negare una relazione con il ministro Piantedosi» — Claudia Conte ha scelto la strada della riservatezza, quasi a volersi sottrarre a quella stessa luce che l’aveva improvvisamente investita. Sulla sua pagina Instagram, un tempo costellata di foto che ne documentavano la presenza a eventi pubblici, sul lavoro o in compagnia di personaggi di rilievo, l’ultimo aggiornamento risale a tre giorni fa. Ma si riferisce, guarda caso, alla presentazione del suo libro «La voce di Iside», avvenuta però lo scorso 18 marzo: un dettaglio temporale che suggerisce una certa cautela nel mostrarsi. Dietro l’immagine patinata di lady Viminale, c’è però una realtà fatta di numeri e di locali. Il suo ristorante di famiglia, il Borgo Pio 92, si trova a due passi dal Papa (una posizione invidiabile) ed è in comproprietà con la madre e la nonna. Eppure, nonostante gli aiuti ricevuti durante il periodo Covid, l’esercizio ha perso sessantamila euro. Un rosso che fa quasi sorridere, se paragonato ai conti decisamente più floridi della Shallow srl, la società di eventi e pubbliche relazioni della Conte. Che all’anagrafe, va ricordato, si chiama Annaclaudia.

Dalla cronaca rosa alle inchieste: l’assenza di trasparenza come cifra comune

È partita ancora una volta da un ristorante — lo stesso Borgo Pio 92 — la scalata al successo di Claudia Conte. Lì, tra i tavoli imbanditi e i selfie con i vip, ha costruito quella rete di relazioni che le ha poi consentito di affacciarsi al mondo della televisione e, infine, di incrociare la strada del ministro Piantedosi. Ma al di là del gossip, ciò che accomuna la sua vicenda a quella di Maria Rosaria Boccia è un vuoto di fondo: l’assenza di una riflessione seria, da parte delle istituzioni, su come vengano utilizzati i canali digitali per influenzare le dinamiche di potere. Non si tratta di giudicare le relazioni sentimentali, né tantomeno di moralizzare sulle scelte private dei membri del governo. Si tratta, piuttosto, di chiedersi con quale leggerezza vengano gestiti certi conflitti d’interesse impliciti, celati dietro una patina di glamour social. La cronaca giudiziaria, in questo senso, ha già insegnato molto: i nomi dei frequentatori del ristorante romano, le foto con i potenti, le presunte agevolazioni ottenute grazie a contatti privilegiati sono tutti elementi che, se non indagati a fondo, rischiano di restare impuniti. E intanto, mentre l’opinione pubblica si divide tra chi difende la privacy del ministro e chi ne chiede le dimissioni, i fatti — quelli veri, documentati — continuano a parlare da soli.

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