“Ho distrutto la Porsche”: le chat dopo l’incidente che portò alla morte di Matilde Baldi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
“Per la cena andiamo volentieri, facciamo passare questa settimana. Tra il caos del lavoro e l’incidente di giovedì che ho distrutto la Gt3 nuova sono un po’ off”. Questo è uno dei messaggi, riportato dal quotidiano La Stampa e finito agli atti dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Asti, che l’imprenditore astigiano Franco Vacchina inviò a un amico il 13 dicembre scorso. Due giorni prima, sulla tangenziale di Asti, la sua Porsche aveva tamponato una Fiat 500 a bordo della quale viaggiavano una madre e la figlia, Matilde Baldi.
La ventenne, che all’epoca dei fatti si trovava in condizioni disperate in ospedale, sarebbe morta cinque giorni dopo lo schianto, senza che l’autore del tamponamento, quantomeno a giudicare dal tenore di quelle conversazioni, mostrasse particolare empatia per la sorte della ragazza. Le chat, acquisite dagli inquirenti, offrono uno spaccato di ciò che occupava la mente del conducente in quelle ore drammatiche: la vettura distrutta, le possibili conseguenze sulla patente e la rete di conoscenze da attivare per tentare di gestire la situazione.
La preoccupazione per il bolide e le cene rimandate
Mentre Matilde Baldi lottava tra la vita e la morte nel reparto di rianimazione, Vacchina – secondo quanto emerge dalle carte – sembrava invece concentrato sui disagi personali derivanti dall’incidente. La frase relativa alla Porsche distrutta, definita “nuova”, rivela una priorità che agli investigatori non è certo sfuggita, e viene ribadita anche quando l’uomo declina un invito a cena adducendo come scuse il caos lavorativo e lo stato d’animo conseguente allo schianto.
A chi tentava di rincuorarlo, un altro interlocutore risponde con una leggerezza agghiacciante: “Tra un anno ci rideremo sopra”, un tentativo di sdrammatizzare che stride violentemente con la gravità di quanto accaduto. In un passaggio, sempre per giustificare l’incredulità sua e dei suoi conoscenti per la dinamica, Vacchina scrive: “Sfiga, non mi capacito ancora adesso come sia potuto succedere”, come se l’esito di un impatto avvenuto a velocità elevatissima potesse essere ricondotto a una fatalità piuttosto che a scelte precise.
Il filo diretto con il prefetto e la ricerca disperata di contatti
Uno degli aspetti più inquietanti emersi dalle indagini riguarda i tentativi, da parte di Vacchina, di utilizzare la sua rete di conoscenze per risolvere il “problema con la patente”, un’espressione che fa capolino nelle chat mentre la vittima è ancora in coma. L’imprenditore, secondo quanto riportato da La Stampa, chiede esplicitamente a un conoscente: “Conosci il prefetto di Asti, hai filo diretto?”.
La ricerca non si ferma al solo rappresentante del governo: in un’altra conversazione, Vacchina domanda a un amico se sia ancora in contatto con il primo cittadino, chiedendogli se quest’ultimo fosse a sua volta in confidenza con il prefetto. Un’amica arriva persino a fornirgli il numero di cellulare del prefetto, sebbene lo stesso Vacchina non sembri poi averlo mai contattato direttamente.
In quei messaggi emerge la volontà di trovare una scorciatoia, un canale privilegiato che possa alleviare le conseguenze giudiziarie e amministrative dello schianto, piuttosto che un moto di coscienza per la vita spezzata.
La difesa della gara e lo scenario dell’incidente
A un amico che lo interroga sulla ricostruzione fornita dagli inquirenti, Vacchina oppone un secco diniego riguardo all’ipotesi della gara clandestina: “Tu mi conosci, come fai a credere che stessi facendo una gara, alle 20.15, con il traffico a palla?”. Una dichiarazione che l’imprenditore rilascia in chat ma che, sulla carta, stride con le evidenze raccolte dalla polizia stradale di Bra.
Secondo l’accusa, quella sera due Porsche viaggiavano a velocità superiori ai duecento chilometri orari, impegnate in una sfida culminata nel tremendo impatto contro la piccola utilitaria. Un conoscente di Vacchina, Massimiliano Soderini (definito dalla stampa come un “falso dentista” con precedenti alle spalle), riferisce all’indagato di aver parlato con il capo dell’anticrimine, sostenendo che ci sarebbero filmati delle velocità e addirittura trenta persone pronte a testimoniare che i due stavano correndo.
“C’è gente che veramente ti vuole morto”, gli avrebbe riferito l’amico, mentre un altro contatto, invece di biasimare la condotta, suggeriva a Vacchina di assumere un perito per dimostrare i presunti malfunzionamenti delle cinture e degli airbag della Fiat 500, tentando così di spostare almeno in parte le colpe.




