Dietro la crisi delle ferrovie russe, il segnale di un collasso economico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre le proiezioni ufficiali di Mosca continuano ostinatamente a delineare, per il 2025, un quadro di crescita seppur modesta, i dati ferroviari, che di solito costituiscono un termometro infallibile della reale salute produttiva di una nazione, raccontano una storia profondamente diversa e assai più preoccupante. Le statistiche delle Ferrovie Russe, infatti, mostrano un crollo dei volumi di merci trasportate, giunti ai minimi storici, con oltre seicentomila vagoni che viaggiano vuoti, un dato che segnala senza ambagi una crisi già in atto in comparti civili strategici. Si registra, per essere precisi, un calo simultaneo in venti dei ventiquattro settori monitorati, un fenomeno che tocca da vicino il carbone, la metallurgia, l'automotive, i macchinari e l'edilizia abitativa, lasciandone pochi indenni.

Il divario tra percezione e realtà economica

A più di tre anni dall'invasione dell'Ucraina, l'economia russa, che pure ha dimostrato una resilienza inaspettata di fronte alle sanzioni occidentali, appare sempre più sotto pressione, stretta tra un'inflazione in crescita e un conflitto che assorbe risorse cruciali. Le rilevazioni Gallup, del resto, rivelano un calo della fiducia dei cittadini, i quali mostrano meno ottimismo rispetto al 2023 nonostante un boom dei salari, trainato principalmente dalla spesa militare e dalla carenza di manodopera, che in qualche modo sostiene i redditi ma che, come spesso accade, non riesce a sollevare le condizioni dei più poveri.

Le fondamenta fragili dell'economia di guerra

La domanda cruciale, a questo punto, è quanto possa resistere un sistema economico sottoposto a uno sforzo bellico così prolungato, ora che si avvicina lo scadere del terzo anno di ostilità. Sul piano strettamente militare, la situazione è largamente descritta come uno stallo, poiché Vladimir Putin non sembra avere la possibilità di chiudere il conflitto senza poterlo presentare internamente come una forma di trionfo contro l'Occidente. Più lo sforzo prosegue, più i conti di Mosca si indeboliscono, fondandosi su un'economia di guerra che, dopo quasi tre anni, poggia su fondamenta tutt'altro che solide, sebbene sia impossibile pronosticare con esattezza se, quando e in che misura queste potranno cedere.

Una guerra parallela: quella delle sanzioni

C'è poi un altro fronte, parallelo a quello ucraino, sul quale la Russia sta combattendo una battaglia altrettanto decisiva: quello delle sanzioni internazionali. Come ebbe a dire, dopo l'annessione della Crimea, il senatore repubblicano John McCain, noto per la sua profonda ostilità reciproca con l'allora presidente Donald Trump, “La Russia è un distributore di benzina gestito dalla mafia e travestito da Paese”. Una definizione che, al di là della sua crudezza, coglieva la profonda dipendenza dell'economia russa dalle esportazioni di idrocarbari, un settore oggi messo a dura prova proprio dalle restrizioni economiche che mirano a limitarne i proventi.

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