Piazza Affari svuota la navata, il 2025 è l'anno del grande esodo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il motore della borsa italiana, che pure ha visto il suo indice di riferimento raddoppiare nel corso di un triennio di rialzi, mostra una preoccupante crepa strutturale. Mentre i risparmiatori hanno tratto vantaggio dalla corsa dei titoli già quotati, l’attrattiva del listino per le nuove imprese sembra essersi affievolita, un paradosso che si materializza in numeri inequivocabili. L’anno che si è chiuso, infatti, registra un saldo fortemente negativo tra chi arriva e chi se ne va, con le partenze che hanno sottratto capitali per un valore quadruplo rispetto a quelli apportati dai nuovi ingressi. Un fenomeno, quello dei delisting, che non si limita a poche unità ma coinvolge una trentina di società, alcune delle quali di primo piano, erodendo in modo significativo la base stessa del mercato.
I conti che non tornano
Le 21 nuove quotazioni, tutte approdate sul segmento dedicato alle piccole e medie imprese, hanno portato con sé, al momento del debutto, una capitalizzazione complessiva di 593 milioni di euro. Un dato che, se considerato da solo, potrebbe suggerire una certa vitalità. Quando lo si mette a confronto con l’altro lato della medaglia, però, la prospettiva cambia radicalmente. I titoli che hanno invece lasciato Piazza Affari nel medesimo arco temporale hanno portato via circa 2,54 miliardi di euro di capitalizzazione, creando un rapporto di uno a quattro tra risorse in entrata e in uscita. Questo squilibrio, che alcuni definiscono senza mezzi termini una “fuga”, delinea un’emorragia di valore che rischia di impoverire la varietà e la solidità dell’offerta di investimento disponibile per gli operatori.
Il confronto con l’estero e le ragioni dell’addio
Il contesto internazionale, d’altronde, accentua il divario di appeal. Oltreoceano, a Wall Street, l’attesa è tutta rivolta allo sbarco di colossi tecnologici come SpaceX e OpenAI, operazioni che promettono di iniettare migliaia di miliardi di capitalizzazione e di attirare l’interesse degli investitori globali. Anche in Europa, seppur in settori diversi, si preparano quotazioni di peso nel campo della difesa, con gruppi industriali pronti a cavalcare l’onda del riarmo per ottenere valutazioni da decine di miliardi. In questo scenario competitivo, Piazza Affari fatica a trattenere i suoi campioni, molti dei quali cedono al richiamo di offerte pubbliche di acquisto o scelgono percorsi di consolidamento che le portano lontano dalla quotazione. Le motivazioni, che spaziano dai costi di compliance alla ricerca di una valutazione più equa, fino alle strategie di ristrutturazione di gruppo, si traducono in un elenco di defezioni che comprende nomi noti al grande pubblico e società industriali storiche.
Le prospettive immediate e la sfida
Il risultato netto di questa dinamica è un mercato che si contrae in termini di opportunità, dove il volume di affari si concentra su un numero minore di titoli. La presenza di almeno dieci operazioni di opa già pronte a concretizzarsi nel nuovo anno lascia intendere che il trend delle partenze non sia destinato a esaurirsi a breve, ponendo una questione cruciale per i regulator e per gli organizzatori di mercato. La sfida, che va ben oltre il rendimento momentaneo dell’indice, consiste nel ripensare gli strumenti e l’ambiente normativo per rendere la piazza finanziaria italiana competitiva non solo nel far correre i titoli esistenti, ma soprattutto nell’attrarre e nel trattenere le imprese, quelle di oggi e quelle di domani. Senza un’inversione di tendenza, il rischio concreto è di assistere a un progressivo impoverimento dell’ecosistema borsistico nazionale.




