Il paradosso della Piazza Rossa: Zelensky la risparmia, Putin la svuota

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un’immagine, in questa edizione dell’81esimo anniversario della Vittoria sul nazismo, che racconta più di mille dichiarazioni ufficiali. Quella di una Piazza Rossa, a Mosca, spoglia e blindata, dove non è sfilato un solo carro armato né un pezzo d’artiglieria pesante. Lo spettro del conflitto, il medesimo che il Cremlino continua a definire “operazione speciale”, ha trasformato il tradizionale palcoscenico della potenza russa in un bersaglio potenziale, costringendo Vladimir Putin a presiedere a una parata che, per la prima volta in quasi due decenni, ha fatto a meno dei mezzi pesanti per paura di attacchi aerei o incursioni di droni. E se Mosca appariva come una fortezza sotto assedio – connessione internet limitata e voli di droni militari a proteggere lo spazio aereo –, il vero paradosso di questa giornata è arrivato da Kiev, dove Volodymyr Zelensky ha firmato un decreto che mette nero su bianco una sospensione d’emergenza degli attacchi proprio su quella piazza.

Il decreto umanitario di Zelensky e la tregua annunciata da Trump

L’ordine impartito dal presidente ucraino, pubblicato sul sito della presidenza, è stato categorico: escludere la Piazza Rossa dal piano operativo per l’uso di armi ucraine per tutta la durata della parata, dalle 10 del mattino (ora di Kiev) del 9 maggio. Una decisione, si legge nel documento, presa “tenendo conto delle numerose richieste, per motivi umanitari, formulate durante i negoziati con la parte americana” l’8 maggio. Di fatto, Zelensky ha concesso una tregua mirata e limitata a un solo monumento, nella consapevolezza che un’eventuale esplosione nel cuore della capitale nemica, proprio mentre Putin celebrava l’eroismo sovietico, avrebbe chiuso qualsiasi spiraglio diplomatico. Una cautela che si sposa con l’iniziativa più ampia lanciata da Donald Trump, il quale – forte del suo ruolo di mediatore – ha annunciato un cessate il fuoco generale di tre giorni, valido dal 9 all’11 maggio. Il presidente americano ha parlato di uno scambio di mille prigionieri per parte, auspicando che questa sospensione delle ostilità potesse rappresentare l’inizio della fine per un conflitto che, come ha sottolineato lui stesso, costa migliaia di giovani vite al mese.

Una parata flop tra veti incrociati e accuse di violazione

L’atmosfera sulla Piazza Rossa, tuttavia, era ben lontana da quella di una festosa tregua. La sfilata è durata appena nove minuti, un tempo irrisorio rispetto agli standard del regime, e il discorso di Putin è stato una litania dedicata agli “eroi” che combattono un nemico «sostenuto dall’intero blocco della Nato». Il fatto che Mosca abbia ridotto al minimo la rappresentazione della sua forza militare – esponendo solo la fanfara e la fanteria, ma nascondendo i lanciamissili – è stato letto come il segnale più evidente delle difficoltà logistiche e strategiche del Cremlino, costretto a difendere la propria capitale da un nemico ormai capace di colpire nel profondo della retroguardia. E mentre Putin parlava, la tregua annunciata da Trump mostrava già tutte le sue fragilità. Da Kiev sono arrivate denunce immediate: le autorità ucraine hanno accusato Mosca di aver lanciato un attacco nella notte tra l’8 e il 9 maggio, usando un missile balistico e decine di droni. Almeno cinque civili, secondo le prime ricostruzioni, avrebbero perso la vita in queste incursioni precedenti la parata, un bilancio che ha reso grottesca la retorica della “sospensione per motivi umanitari”.

Mosca blindata e l’incognita della guerra dei droni

La risposta russa a queste accuse non si è fatta attendere, anche se sul fronte mediatico Mosca ha preferito ostentare normalità. Il Cremlino ha dovuto fare i conti con una realtà sempre più plumbea: quella di una città trasformata in un bunker a cielo aperto. Le misure di sicurezza straordinarie hanno incluso la revoca degli accrediti ai giornalisti stranieri, impedendo di fatto una narrazione indipendente dell’evento, e l’implementazione di sistemi di guerra elettronica per abbattere i segnali dei droni. La scelta di escludere i mezzi corazzati, una decisione che non si vedeva da diciannove anni, parla da sola del timore che anche un singolo velivolo senza pilota potesse trasformare la celebrazione della vittoria in una disfatta militare. In questo scenario, la “tregua” voluta da Trump appare per quello che è: non una fine delle ostilità, ma una fragile bolla di vetro. Un’interruzione pattuita che, evidentemente, non ha riguardato i droni lanciati nelle ore precedenti il silenzio degli spari, né i raid missilistici che continuano a flagellare le retrovie. Zelensky ha risparmiato la piazza, ma non ha certo abbassato la guardia; Putin ha celebrato la vittoria storica, ma lo ha fatto da prigioniero in una capitale che teme il cielo, rinchiuso in un corteo senza carri armati a testimoniare la potenza di un esercito che, forse, non è più così invincibile.

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