Kurkov a Kiev: «La guerra finisce solo con l’addio di Putin»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dalla nostra inviata Marina Lalovic «Stiamo bene, grazie». Andrei Kurkov, scrittore ucraino tra i più tradotti al mondo – in Italia uscirà a giugno La nostra guerra quotidiana per Keller – risponde così alle domande su come si vive sotto le bombe. Ma la tensione, a Kiev, è palpabile. Le notti insonni per il rombo dei droni, le sirene che squarciano l’aria, i rifugi diventati una seconda casa: tutto racconta una normalità stravolta, dove persino fabbricare candele da trincea è diventata un’abilità necessaria.

Kurkov, che da mesi documenta l’assedio russo, non ha dubbi: «Gli scambi di prigionieri non bastano. Questa guerra finirà solo quando Putin se ne andrà». Una posizione netta, che riflette lo scetticismo di molti ucraini verso le aperture diplomatiche di Mosca. Il Cremlino, dopo l’ultimo scambio – un migliaio di militari per parte, inclusi 70 civili accusati di collaborazionismo – ha annunciato l’intenzione di presentare una proposta di cessate il fuoco. Ma i fatti smentiscono le parole: mentre il ministro Lavrov promette «un testo di pace», i raid russi continuano.

Nelle ultime ore, almeno tredici morti e cinquanta feriti in diverse regioni, con Kiev colpita da uno dei più massicci attacchi dall’inizio dell’invasione. Missili e droni hanno centrato infrastrutture civili, lasciando interi quartieri al buio. E se la diplomazia annuncia passi avanti, sul campo non c’è tregua.

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