Referendum sulla giustizia, il voto del 22 e 23 marzo spacca il paese tra riforma e garantismo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Domenica 22 marzo, dalle sette del mattino fino alle undici di sera, e lunedì 23 marzo, con chiusura delle urne fissata per le quindici, gli italiani sono chiamati a esprimersi su un quesito referendario che porta con sé il peso di una riforma costituzionale attesa da decenni. La scheda, di colore, che si troverà nei seggi, conterrà la richiesta di approvare o respingere il testo della legge costituzionale nota come riforma Nordio-Meloni, la quale, dopo un iter parlamentare lungo e complesso, è giunta all’approvazione definitiva e necessita ora della conferma popolare, non essendo stata raggiunta in aula la maggioranza dei due terzi. Non si tratta, è bene ricordarlo, di un referendum abrogativo, bensì di un referendum confermativo, e per questo motivo non è richiesto il raggiungimento di alcun quorum strutturale: qualunque sia il numero dei votanti, il risultato sarà valido e produrrà i suoi effetti sulla Carta fondamentale, incidendo profondamente sull’assetto della magistratura italiana.

Il cuore della riforma, che i sostenitori del sì difendono con argomenti legati alla terzietà del giudice e alla fine del cosiddetto “correntismo”, poggia su tre pilastri portanti: la separazione netta delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura (entrambi presieduti, va detto, dal Capo dello Stato) i cui componenti verrebbero estratti a sorte piuttosto che eletti, e l’istituzione di un’Alta corte disciplinare cui affidare la gestione delle sanzioni per i magistrati.. Questo nuovo organismo, secondo i critici, rischierebbe di sottrarre il potere disciplinare agli stessi Csm, creando una potenziale frattura nel sistema di autogoverno e introducendo di fatto un giudice speciale laddove la Costituzione, all’articolo 102, ne vieta espressamente l’istituzione..

Le ragioni del no, che raccolgono consensi trasversali nel mondo delle toghe e in parte dell’arco costituzionale, si concentrano invece sul pericolo di un indebolimento dell’indipendenza della magistratura. Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, ha motivato la sua contrarietà spiegando come l’indipendenza delle toghe rappresenti una garanzia irrinunciabile per i cittadini, un valore da preservare al di là delle pur legittime esigenze di riforma del settore.. In un recente confronto pubblico, il procuratore capo di Reggio Emilia, Calogero Gaetano Paci, ha messo in guardia dal rischio che la riforma, se approvata, possa portare a una sostanziale messa in riga della magistratura da parte della politica, ipotizzando scenari in cui la polizia giudiziaria, sottratta al controllo del pm, finisca per dipendere gerarchicamente dal ministro di turno.. Dall’altra parte, il presidente della Camera penale locale, Nicola Tria, ha replicato invitando a concentrarsi esclusivamente sul testo scritto, e non sulle dichiarazioni dei politici, sottolineando che a Costituzione invariata certi timori non troverebbero comunque attuazione pratica..

La campagna referendaria, negli ultimi giorni, ha visto l’ingresso in campo di figure istituzionali e di personalità di spicco della società civile. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è intervenuta con un lungo messaggio video per chiarire quelli che definisce “punti chiave” della riforma, respingendo le accuse di voler sottomettere i magistrati all’esecutivo e ribadendo che l’obiettivo è semmai quello di liberarli dal controllo della politica, quella stessa politica che, a suo dire, per anni avrebbe utilizzato la giustizia come surrogato della sconfitta elettorale.. Meloni ha inoltre voluto sgombrare il campo da ogni equivoco circa le sorti del governo: anche in caso di vittoria del no, ha garantito, l’esecutivo non si dimetterà, ma porterà avanti il suo mandato fino alla scadenza naturale della legislatura, prevista per il 2027.. Sul fronte opposto, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha accusato la maggioranza di voler indebolire i contrappesi democratici, definendo la riforma come uno strumento per rendere i magistrati assoggettati all’esecutivo e mettendo in guardia da una deriva che minerebbe la fiducia dei cittadini verso tutte le istituzioni..

Ad arricchire il dibattito, già di per sé complesso, sono giunte anche le voci di chi proviene da esperienze lontane dall’attuale scontro partitico. Il presidente emerito della Corte Costituzionale, Augusto Barbera, ha annunciato il suo voto favorevole, interpretando la riforma come il naturale compimento di un percorso iniziato alla fine degli anni Ottanta con la riforma Vassalli, un cammino volto a rendere il processo più liberale e il giudice effettivamente terzo rispetto alle parti.. Barbera ha inoltre smontato alcune delle critiche più ricorrenti, definendo “bufala antipatica” l’idea che la riforma possa consegnare la magistratura nelle mani delle maggioranze politiche, e ha invitato i cittadini a votare sentendosi liberi da vincoli di partito, esercitando la propria sovranità di fronte a un testo che, a suo avviso, rafforza le garanzie costituzionali.. Anche il mondo cattolico, attraverso la rivista “Civiltà Cattolica” dei gesuiti, ha espresso una posizione di apertura, riconoscendo nella riforma il merito di superare il correntismo e di completare il modello accusatorio, pur con qualche perplessità sul nuovo e delicato ruolo che verrebbe a ricoprire il Presidente della Repubblica..

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