Netanyahu attacca Sanchez e chiude la porta della “sala di controllo” di Gaza alla Spagna
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Redazione Esteri
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La crisi diplomatica tra Israele e Spagna, alimentata da mesi di reciproche accuse e divergenze sul diritto internazionale applicato ai conflitti in Medio Oriente, ha subito un’altra brusca accelerazione. Benjamin Netanyahu, ricorrendo a un linguaggio aspro e privo di mediazioni, ha deciso di colpire direttamente Madrid escludendola dal meccanismo multilaterale che sovrintende al cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Il premier israeliano, attraverso un videomessaggio diffuso sui suoi canali ufficiali, ha giustificato la misura – l’allontanamento dei rappresentanti spagnoli dal centro di coordinamento di Kiryat Gat – definendo le posizioni del governo di Pedro Sanchez come un attacco diretto alla legittimità dello Stato ebraico e, in particolare, ai suoi soldati, da lui definiti “gli eroi dell’esercito più morale del mondo”.
La decisione, che formalizza l’espulsione di Madrid da un consesso operativo chiave sotto egida statunitense, non è stata semplicemente una reazione a un singolo episodio, ma piuttosto il culmine di una “guerra diplomatica” che, stando alle parole di Netanyahu, non intende più tollerare. “La Spagna ha diffamato ripetutamente i nostri soldati – ha dichiarato il primo ministro – e chi attacca lo Stato di Israele invece di contrastare i regimi terroristici non sarà nostro partner nel plasmare il futuro della regione”. In questo passaggio, Netanyahu ha voluto ribadire un concetto già emerso in precedenza: chi sceglie di schierarsi contro Gerusalemme, specialmente in arene come l’Unione Europea o l’ONU, non potrà poi pretendere di sedere al tavolo dove si discutono le sorti della sicurezza regionale.
L’esclusione dal meccanismo di Kiryat Gat e le accuse di “ipocrisia”
Il centro di coordinamento civile-militare situato a Kiryat Gat, va ricordato, rappresenta un ingranaggio essenziale del piano di pace promosso dall’amministrazione Trump per la stabilizzazione dell’enclave palestinese. Si tratta di un organismo internazionale, guidato da funzionari americani e supportato da contingenti militari, dove confluiscono osservatori di decine di Paesi – tra cui Francia, Regno Unito ed Emirati Arabi – per monitorare l’implementazione della tregua e la gestione degli aiuti umanitari. La presenza spagnola, sebbene limitata a un diplomatico dell’ambasciata a Tel Aviv, era considerata un simbolo della volontà di collaborare. Tuttavia, Netanyahu ha ribaltato questa lettura, accusando Madrid di avere una “ossessione anti-israeliana” talmente radicale da inficiare qualsiasi contributo costruttivo.
La replica del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, è stata altrettanto tranchant: ha sostenuto che Sanchez e i suoi ministri hanno lanciato “false e diffamatorie accuse” contro le Forze di Difesa Israeliane (IDF), tentando ripetutamente di promuovere sanzioni contro Israele nel contesto dell’UE. Dal canto suo, il governo spagnolo – per bocca del titolare degli Esteri, José Manuel Albares – ha respinto le accuse definendole “assurde e calunniose”, ribadendo che la sua partecipazione al centro si limitava a questioni umanitarie e che, nonostante l’esclusione, l’impegno di Madrid per gli aiuti a Gaza non verrà meno. Questa contrapposizione, che vede i due Paesi avere ambasciatori rispettivamente richiamati da mesi, sembra ormai aver superato il punto di non ritorno.
Le radici profonde di uno scontro annunciato
Se la scintilla immediata è stata la retorica utilizzata da Sanchez in relazione ai recenti raid israeliani in Libano – definiti dal presidente spagnolo come un intollerabile “disprezzo per la vita” – le radici del terremoto diplomatico affondano nel terreno del 2024. Fu proprio in quell’anno, infatti, che Madrid riconobbe unilateralmente lo Stato di Palestina, una mossa che aveva già gelato i rapporti con Tel Aviv e che aveva scatenato dure reazioni da parte dell’allora ministro Israel Katz. Da allora, le relazioni hanno seguito una traiettoria discendente costante, segnata da prese di posizione spagnole contrarie alle operazioni militari israeliane sia a Gaza che nel sud del Libano, e culminata con la recente riapertura dell’ambasciata spagnola a Teheran, un gesto che Netanyahu ha definito “una vergogna eterna” vista l’ostilità del regime iraniano verso Israele.
Nella logica del premier israeliano, la mossa di escludere la Spagna dal meccanismo di monitoraggio non è solo una punizione, ma anche un messaggio chiaro inviato alla comunità internazionale: non ci sarà neutralità per chi, secondo Gerusalemme, legittima i propri avversari. “Non permetterò a nessun Paese di muoverci guerra diplomatica senza pagare un prezzo immediato”, ha tuonato Netanyahu. Questa linea dura, che si inserisce in un contesto più ampio di crescente tensione tra Israele e alcune capitali europee, è stata accolta con durezza anche da esponenti del governo spagnolo come Yolanda Diaz, che su un social network ha ribadito il suo sostegno a “tutta l’ostilità” contro quelli che definisce “criminali di guerra”. L’esclusione di Madrid dalla sala di controllo di Gaza, quindi, non chiude una vicenda, ma si configura piuttosto come un’ulteriore, dolorosa cesura in un rapporto ormai ridotto ai minimi termini.




