Morto Gianni Melidoni, decano del giornalismo sportivo
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Redazione Sport
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Se ne va, all'età di novant'anni, una delle firme più autorevoli e riconoscibili del giornalismo italiano, Gianni Melidoni, la cui carriera, iniziata giovanissimo al Messaggero, si è dipanata per decenni seguendo le traiettorie della cronaca sportiva nazionale. Assunto dal quotidiano romano a soli vent'anni, di cui divenne in seguito vicedirettore, Melidoni ha costruito la sua leggenda personale attraverso una scrittura precisa e appassionata, accompagnando i lettori attraverso eventi epocali, come le undici Olimpiadi che ha avuto modo di raccontare. La sua vera cifra stilistica, tuttavia, emerse nel racconto del calcio, disciplina di cui seppe cogliere non solo i fatti di gioco ma anche le tensioni sociali e le rivalità geografiche, diventando una voce distintiva e spesso polemica.
Una vita tra calcio e innovazione
Il giornalista e l'uomo
Oltre ai meriti professionali, che lo videro anche promotore di innovazioni come l'inserto sportivo a colori e l'apertura alle giornaliste in redazione, a emergere dai ricordi di chi lo ha conosciuto è soprattutto il ritratto di un uomo coerente e di principio. In un'intervista rilasciata lo scorso agosto in occasione del suo compleanno, espresse il desiderio di essere ricordato come "una persona per bene", definizione che, a posteriori, sembra racchiudere l'essenza del suo carattere. Melidoni era infatti noto per mantenere le promesse, per un senso rigoroso della critica – che non risparmiava nessuno, attirandosi a volte reazioni scomposte – e per una lealtà professionale che lo rendeva un punto di riferimento per i colleghi più giovani, ai quali apriva le porte della redazione con fiducia.
L'eredità di una firma storica
La sua lunga parabola professionale, conclusasi dopo un periodo di collaborazione con il quotidiano Il Tempo, lascia un vuoto nel panorama del giornalismo sportivo nazionale, privato di una voce che ha saputo mescolare sapientemente la cronaca al commento, l'analisi tecnica alla passione civile. Senza mai scadere nella retorica o nel tifismo fine a se stesso, seppe interpretare lo sport come fenomeno culturale totale, raccontandone le partite, certo, ma anche le storie che le circondavano, le polemiche che le accendevano e gli uomini che le animavano. La sua scomparsa segna la fine di un'epoca in cui la figura del giornalista si costruiva giorno per giorno sul campo, attraverso un rapporto diretto e talvolta burrascoso con i fatti e i suoi protagonisti.




