Mps, il ritorno di Lovaglio vale 2 miliardi e il risiko bancario ricomincia da Siena

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La conferma, arrivata mercoledì dall’assemblea, ha riavvolto il nastro di un mercato rimasto in apnea per due mesi: Luigi Lovaglio è di nuovo l’amministratore delegato del Monte dei Paschi, e la borsa, come spesso accade quando cadono le incertezze, ha risposto con una scommessa massiccia sulla continuità. Il titolo, ieri, ha guadagnato il 2,17%, sfiorando quota 9 euro – un livello che sembrava un miraggio da quando, a fine febbraio, l’esclusione del banchiere dalla lista per il cda aveva fatto precipitare le quotazioni. La capitalizzazione, di conseguenza, ha incassato un rimpallo quasi immediato: tra la serata dell’assemblea e la chiusura di ieri, l’istituto senese ha visto lievitare il proprio valore di quasi 2 miliardi di euro, portandosi a un solido 26,7 miliardi.

Il "colpo di Siena" e la regia silenziosa dei grandi azionisti

La vittoria della lista promossa da Plt Holding, che ha riconquistato otto seggi su quindici per Lovaglio e i suoi, è stata definita dagli analisti come un vero e proprio “colpo gobbo”. A decretare il sorpasso – contro ogni pronostico della vigilia – sono state le scelte, lungimiranti secondo Piazza Affari, di Delfin (la cassaforte della famiglia Del Vecchio) e il voto determinante di Banco Bpm. Giuseppe Castagna, alla guida di quest’ultima, ha chiarito che non si è trattato di una scelta di campo, ma di una “logica industriale” per tutelare la controllata Anima, di cui Mps è il primo distributore. Fatto sta che, con questo endorsement, il risiko bancario ha trovato un nuovo, inaspettato regista: Siena, tornata a essere il centro della scena, è pronta a dettare i tempi delle future aggregazioni.

Il tabellone del nuovo consiglio e la sfida della "sintesi" interna

L’assetto di governance che uscirà dalle prossime ore è già scritto nei numeri. Il nuovo consiglio, che verrà convocato tra martedì e mercoledì prossimo a Siena, sarà composto da otto consiglieri espressi da Plt Holding – tra cui spiccano Cesare Bisoni (indicato per la presidenza), Flavia Mazzarella, Lidia Aliberti, Massimo Di Carlo, Patrizia Albano, Carlo Corradini e Paola Leoni – e sei dalla lista del board uscente, dove figurano Nicola Maione, Fabrizio Palermo e Corrado Passera. A questi si aggiunge Paola De Martini per il Comitato dei gestori dei fondi. Sarà una riunione delicata, perché se da un lato la maggioranza è chiara, dall’altro la sopravvivenza del piano industriale – quello che promette 3,7 miliardi di profitti al 2030 – dipenderà dalla capacità di trovare una quadra tra le due anime contrapposte del board.

L’obiettivo dichiarato è la fusione con Mediobanca entro l’anno

Lovaglio, che la sera della vittoria è stato sommerso da messaggi di congratulazioni (“solo a notte fonda sono riuscito a leggerli tutti”, ha confessato), non ha alcuna intenzione di mollare l’acceleratore sull’operazione che aveva in agenda prima dell’esonero. L’obiettivo, ribadito anche negli ambienti finanziari, rimane la piena integrazione con Mediobanca: un’operazione che, secondo le stime, potrebbe generare 700 milioni di sinergie e creare di fatto il terzo polo bancario italiano dietro a Intesa e Unicredit. Le tappe sono già fissate: le assemblee per dare il via alla fusione dovranno essere convocate entro l’estate, con l’ambizione di chiudere l’intero capitolo prima dello scoccare del nuovo anno. La borsa, intanto, continua a scommettere che questo sia solo l’inizio di una nuova partita a scacchi, dove i prossimi pezzi da muovere potrebbero chiamarsi Banco Bpm o ruotare attorno al futuro di Generali.

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