Rubio: «L’Iran non prende sul serio i colloqui». Undicesima notte di attacchi Usa, Teheran lancia droni sul Kuwait

Rubio: «L’Iran non prende sul serio i colloqui». Undicesima notte di attacchi Usa, Teheran lancia droni sul Kuwait
Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La undicesima notte consecutiva di attacchi statunitensi contro l’Iran si è chiusa con un nuovo, drammatico capitolo di una crisi che ormai tiene il Golfo con il fiato sospeso. Il Comando centrale americano ha confermato di aver nuovamente colpito obiettivi militari e infrastrutture strategiche in diverse aree della Repubblica islamica, con l’obiettivo dichiarato di ridurre le capacità operative di Teheran e di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per il traffico petrolifero mondiale.

E proprio mentre i bombardamenti proseguivano senza sosta, dall’altra parte è arrivata una risposta che ha ulteriormente innalzato il livello dello scontro: l’Iran ha rivendicato un massiccio attacco con droni contro strutture logistiche statunitensi in Kuwait, un'azione che segna un’escalation significativa nel raggio d’azione e nella strategia militare adottata dalla guida suprema e dai Pasdaran.

La dichiarazione di Rubio e il nodo dei negoziati

In questo quadro di fuoco, si inserisce la voce del Segretario di Stato americano Marco Rubio, che ha rivelato l’esistenza di contatti, sia diretti che indiretti, tra l’amministrazione Trump e la leadership di Teheran per cercare una via d’uscita negoziata al conflitto armato. Una ammissione che, da sola, basterebbe a testimoniare la complessità di una partita in cui la diplomazia non è mai stata completamente accantonata, nonostante il fragore delle esplosioni.

Tuttavia, le parole di Rubio hanno assunto un tono ben poco ottimista, quasi di frustrazione, quando ha aggiunto che «il problema che stiamo affrontando in questo momento è che non prendono sul serio i colloqui». Un’affermazione che getta ombre sulla reale possibilità di una tregua imminente e che sembra suggerire come, per gli Stati Uniti, la controparte iraniana stia utilizzando il tavolo delle trattative più come una manovra dilatoria che come un autentico strumento di pacificazione.

L’undicesima ondata e la tenuta di Hormuz

Sul terreno, l’undicesima ondata di raid americani ha rappresentato un messaggio di inaudita fermezza, con il Comando Usa che ha tenuto a precisare che lo Stretto di Hormuz resta aperto al traffico navale, un dettaglio cruciale per evitare il panico sui mercati energetici globali.

Ma la replica iraniana, con il lancio di droni contro obiettivi in Kuwait, ha dimostrato che la capacità di proiezione della forza di Teheran va ben oltre i propri confini nazionali, mettendo in allarme non solo Washington ma tutti i Paesi del Golfo, che si trovano a dover gestire una minaccia concreta alle proprie infrastrutture e alla propria stabilità interna.

Questa strategia di ritorsione, che si è manifestata in modo così violento nella notte, rappresenta un cambio di passo rispetto ai primi giorni del conflitto, quando le risposte iraniane erano state perlopiù contenute o affidate a gruppi proxy in altre aree del Medio Oriente.

L’accordo con l’Arabia Saudita e il programma nucleare civile

In uno scenario già così infuocato, si inserisce un elemento che potrebbe ridefinire gli equilibri di potere a lungo termine nella regione. Secondo quanto riferito da due fonti informate sulla questione, il presidente Donald Trump avrebbe infatti approvato un accordo con l’Arabia Saudita che potrebbe potenzialmente fornire al regno la capacità di arricchire l’uranio per il proprio programma nucleare civile.

Un’intesa, che secondo le stesse fonti dovrebbe essere resa pubblica già nella giornata di oggi, dalla durata prevista di trent'anni e che prevedrebbe il coinvolgimento di aziende statunitensi nello sviluppo del programma saudita. Se confermata, questa mossa rappresenterebbe un cambiamento epocale nella politica americana verso il Golfo, finora tradizionalmente ostile a qualsiasi ipotesi di arricchimento dell'uranio nella penisola arabica, e rischierebbe di innescare una reazione a catena in un’area dove la corsa all’atomico è già un tema caldissimo.

Le tensioni sul Mar Rosso e lo spettro di un nuovo blocco

Mentre gli occhi sono puntati sullo Stretto di Hormuz, un altro fronte caldo si sta aprendo lungo le rotte del Mar Rosso, dove si teme un nuovo blocco della navigazione che potrebbe paralizzare il commercio mondiale. L’escalation militare tra Stati Uniti e Iran sta infatti alimentando la preoccupazione per la sicurezza delle rotte marittime, già messe a dura prova nei mesi scorsi dagli attacchi degli Houthi yemeniti, che agiscono come proxy di Teheran.

La combinazione tra le operazioni militari statunitensi in territorio iraniano e la risposta con droni da parte di Teheran crea un contesto di instabilità permanente, in cui ogni singolo movimento navale o aereo rischia di essere interpretato come un casus belli, alimentando una spirale che sembra difficile da arrestare.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.