Genoa, la felicità senza ipocrisia di De Rossi e il rigore negato che infiamma il dopo partita

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un filo sottile, ma nitido, che lega la gioia di una vittoria personale al rispetto per un passato ingombrante, e Daniele De Rossi, nel post partita del Luigi Ferraris, ha camminato su quel filo con la schiettezza di chi, da capitano e ora da tecnico, sa che le mezze misure non appartengono al suo vocabolario. Il suo Genoa ha avuto la meglio sulla Roma, la squadra che lo ha reso leggenda, e il tecnico rossoblù non ha cercato alibi o circonlocuzioni per mascherare un sentimento che, a ben guardare, è l’essenza stessa del mestiere che ha scelto. «Non sono felice perché la Roma ha perso – ha tenuto a precisare De Rossi davanti ai microfoni – ma perché io ho vinto». Una distinzione sottile, certo, eppure fondamentale per comprendere il travaglio interiore di chi, per diciott’anni, ha indossato quella maglia e ora si trova dall’altra parte della barricata. Ammettere il proprio stato d’animo, ha continuato il mister, senza la paura di apparire ipocrita o di dover per forza giustificare un’emozione così genuina e viscerale come quella della vittoria, è un atto di onestà intellettuale che pochi, nel calcio di oggi, avrebbero il coraggio di compiere. Del resto, come ha lui stesso sottolineato, finché siederà su una panchina, e a maggior ragione se quella panchina si trova a Genova – piazza che, per passione e calore, ha paragonato senza troppi giri di parole a quella capitolina – il suo destino sarà quello di sperare di vincere, e di farlo contro chiunque, ex squadra compresa.

Ma al di là delle dichiarazioni, pur intense e personali, del tecnico giallorosso nel cuore ma oggi saldamente ancorato alla causa ligure, la partita di Marassi rischia di passare agli annali per un altro motivo, ben più spinoso e destinato a tenere banco nelle riunioni tecniche e nei tribunali televisivi. Perché la sconfitta della Roma, maturata nel finale grazie a una rete di Vitinha, porta con sé il peso di un episodio arbitrale su cui l’Associazione Italiana Arbitri, nella consueta trasmissione Open Var, è stata costretta a fare mea culpa. Il riferimento è al minuto settantaquattro, quando sul tiro ravvicinato di Koné, il braccio di Malinovskyi – nell’area piccola e in opposizione alla conclusione – ha rappresentato un ostacolo quantomeno dubbio. L’arbitro Colombo, dalla sua posizione non perfettamente centrale, aveva lasciato correre, e la sala Var di Lissone, con Mazzoleni e Manganiello, aveva validato il silent check, parlando di una deviazione sul petto che avrebbe reso il tocco di mano non punibile, quasi fosse un incidente di percorso inevitabile.

E invece no, perché la versione ufficiale dell’Aia, veicolata proprio attraverso il programma di approfondimento, ha ribaltato la prospettiva. Mauro Tonolini, componente della Can A e B, è stato spietato nella sua analisi tecnica, smontando pezzo per pezzo la decisione presa in tempo reale. La deviazione sul petto, ha spiegato Tonolini, non sana la punibilità del gesto successivo; anzi, il braccio sinistro del centrocampista ucraino, così come il destro, erano entrambi fuori dalla sagoma del, in una posizione che aumentava volontariamente il volume per intercettare la traiettoria del pallone. Non solo: la direzione del tiro non venne modificata in maniera radicale dal primo contatto, il che rendeva l’intervento del braccio ancora più plateale e, di conseguenza, da fischio. Insomma, per la stessa dirigenza arbitrale, il rigore per la Roma c’era tutto, e l’errore, certificato a posteriori, diventa una macchia pesante su una direzione di gara che già nel post partita aveva sollevato più di un malumore nello spogliatoio giallorosso, con Gasperini – e qui si badi bene, il riferimento è all’allenatore della Roma, non all’ex tecnico dell’Atalanta, visto che il testo originale potrebbe trarre in inganno – a lamentare una sfortuna nera e una gestione poco chiara degli episodi chiave.

La giustizia sportiva e i suoi paradossi, tra derby e moviole

E mentre a Genova si discuteva di un rigore non concesso che poteva cambiare le sorti del match, a Milano, nell’altro grande confronto del fine settimana, la moviola e il bordocampo di DAZN raccontavano una storia parallela, fatta di tensioni e di decisioni al limite. Il derby della Madonnina, vinto dal Milan con un gol di Estupinan, ha avuto il suo momento di caos nel recupero, quando Daniele Doveri ha fermato il gioco per un presunto fallo mentre il pallone stava per insaccarsi nella porta rossonera, scatenando l’ira dei giocatori dell’Inter. Ma anche in quel caso, il successivo approfondimento di Open Var ha stabilito la correttezza dell’operato: il tocco di mano di Ricci, tanto invocato dai nerazzurri, non era da rigore, perché il braccio era in posizione naturale e il movimento del giocatore era teso a ritrarlo, non a opporsi.

Due facce della stessa medaglia, due episodi a distanza di poche ore che dimostrano come la moviola in campo, nonostante la tecnologia, continui a essere un terreno minato di interpretazioni. Resta il fatto che, per la Roma, la beffa di Marassi è doppia: non solo i tre punti sono svaniti nel finale, ma la consapevolezza che un errore tecnico, certificato dai vertici stessi, li abbia privati di una chance nitida per pareggiare o addirittura vincere, lascia l’amaro in bocca e accende i riflettori su un tema, quello dell’uniformità di giudizio, che in questo campionato sembra più che mai un miraggio.

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