Alta tensione tra Venezuela e Stati Uniti, i relatori Onu condannano le azioni americane

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le azioni militari e le minacce di usare la forza armata contro il Venezuela da parte degli Stati Uniti, secondo tre relatori speciali delle Nazioni Unite, "violano la sovranità del Venezuela" e i principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Gli esperti, in un comunicato congiunto che non lascia spazio a equivoci, hanno affermato che "queste azioni violano anche l'obbligo internazionale fondamentale a non intervenire in questioni interne e a non minacciare l'uso della forza contro un altro Paese", delineando così un quadro giuridico che metterebbe in seria discussione la legittimità dell'operato americano nella regione. Una presa di posizione netta, la loro, che getta un'ombra pesante sulla recente escalation voluta da Donald Trump, il quale ha dichiarato di aver autorizzato la Central Intelligence Agency a condurre operazioni nel paese sudamericano, aumentando a dismisura la pressione sull'autocrate Nicolás Maduro.

La strategia di Trump e l'ombra della Cia

La mossa, clamorosa, conferma una linea di interventismo diretto che riporta alla mente alcuni dei capitoli più bui della storia delle relazioni tra Washington e l'America Latina. L'annuncio dell'autorizzazione a condurre operazioni della Cia in Venezuela, fatto mercoledì 16 ottobre, rappresenta un'accelerazione senza precedenti in una crisi che perdura ormai da anni, segnando un cambio di passo che va ben oltre le semplici sanzioni economiche. Se ne vedono già gli effetti, del resto, con l'invio di numerosi agenti nell'area, secondo quanto riportato da fonti informate, a sancire una presenza che molti interpretano come il preludio a sviluppi ancor più incisivi. Una strategia, questa, che si inserisce in un solco storico ben preciso, fatto di ingerenze e colpi di stato, i quali hanno costellato il Novecento e che oggi sembrano trovare una pericolosa riattualizzazione.

La guerra alla droga come pretesto

Parallelamente, la cosiddetta “guerra alla droga” è tornata con forza al centro della politica estera americana, fornendo una giustificazione apparente per una serie di missioni militari lanciate per colpire le imbarcazioni sospettate di traffico di stupefacenti. Queste operazioni, che hanno visto spesso come bersaglio navi venezuelane e che hanno provocato decine di morti, sollevano però interrogativi sempre più pressanti sulla loro reale legittimità e sulla natura delle prove che le motivano. Crescono i dubbi, insomma, su quel confine sempre più labile che separa le legittime esigenze di sicurezza nazionale da un abuso di potere su scala internazionale, un confine che rischia di sfumare del tutto quando l'azione militare viene giustificata da una guerra senza fine e dalle definizioni elastiche.

Un copione già visto

Del resto, questa storia non comincia oggi e il peso del passato grava in maniera tangible sul presente. L'Americ Latina ha conosciuto, nel corso del Novecento, molte “attenzioni” da parte degli Stati Uniti, le quali hanno assunto le forme più disparate. Dal golpe in Guatemala nel 1954, orchestrato dalla Cia per proteggere gli interessi della United Fruit Company, al sostegno ai regimi militari in Cile, Argentina e Brasile, passando per l'addestramento di squadre paramilitari in Centroamerica, si è sempre trattato di un interventismo sistematico. Ogni volta, la giustificazione ufficiale era immancabilmente la stessa: contenere il comunismo e difendere la libertà, una retorica che oggi, sebbene con terminologie lievemente mutate, sembra ripetersi in una sorta di pericoloso déjà-vu che gli esperti Onu ora contestano con forza.

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