Il Bund torna a rendere come non accadeva dal 2011 e lo spread balla sul filo del 4% in attesa di Moody’s
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Redazione Economia
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La guerra, se così la si può chiamare quando a muoversi sono solo cifre e percentuali sul tabellone di una sala operative, ha comunque il suo teatro e le sue vittime. E in questo caso il campo di battaglia è il portafoglio degli investitori, mentre il primo caduto eccelso, a guardare i numeri, risponde al nome di un’obbligazione, quella tedesca per l’esattezza. Ieri, nel corso di una seduta che ha lasciato il segno, il rendimento del Bund decennale ha toccato quota 3,13%, un livello che mancava dal lontano 2011, quando la crisi del debito sovrano teneva l’Europa con il fiato sospeso. Un’impennata che riporta d’attualità un concetto semplice ma spesso dimenticato: anche il portafoglio più solido, quello costruito attorno ai cosiddetti beni rifugio, può vacillare quando il vento della geopolitica si fa tempesta.
L’effetto valanga sui titoli di Stato italiani e il ritorno dello spread a 100 punti
E se il Bund trema, per i titoli di Stato italiani la musica, se possibile, diventa ancora più nervosa. L’allargamento del differenziale con la Germania ne è la cartina di tornasole più evidente: lo spread è arrivato a toccare quota 100 punti base, per poi assestarsi in chiusura sui 94. Una forbice che, tradotta in termini concreti, significa che il mercato, per acquistare i nostri Btp decennali al posto di quelli tedeschi, pretende un premio di rischio dell’1%, esattamente il doppio di quanto accadeva nelle settimane di maggior calma. Il rendimento dei decennali italiani, da parte sua, ha superato la soglia psicologica del 4%, attestandosi al termine delle contrattazioni di ieri su un solido 4% dal 3,83% precedente. Un balzo che non può essere liquidato come una semplice volatilità di fine mese, ma che affonda le radici in un’attesa, quella per il verdetto di Moody’s.
Moody’s, il rating in bilico e il peso delle promesse (e delle smentite) americane
Venerdì, a mercati chiusi, l’agenzia Moody’s pubblicherà il suo nuovo giudizio sul debito pubblico italiano. La promozione dello scorso novembre, che portò il rating da Baa3 a Baa2 con outlook stabile, aveva chiuso un anno da record fatto di sette miglioramenti consecutivi. Ora, in questo nuovo contesto di tassi in salita e tensioni internazionali, quel giudizio pende come una spada di Damocle. A pesare, nelle ultime ore, è stato anche il fattore geopolitico statunitense. Le trattative tra Iran e Stati Uniti, evocate dal presidente Trump – che siede nuovamente alla Casa Bianca – avevano fornito martedì una boccata d’ossigeno ai mercati, riportando lo spread sotto controllo. Ma quelle trattative, a guardare il riflusso di queste ore, appaiono meno concrete della narrazione con cui erano state presentate. E così il differenziale è tornato a salire, annullando in poche sedute i guadagni di inizio settimana.
Un mercato in apnea tra tassi ai massimi e la lunga ombra della guerra nei portafogli
La verità, forse, è che il mercato sta iniziando a fare i conti con una realtà che sembrava archiviata: la guerra, o meglio la percezione del conflitto, è entrata di prepotenza nei bilanci degli investitori. E il primo effetto, quello più evidente, è stato una riscrittura immediata del prezzo del denaro nell’Eurozona, con i rendimenti dei bond che sono esplosi ai massimi da quindici anni. Non si tratta solo di un aggiustamento tecnico, ma di una vera e propria ridistribuzione del rischio. Chi oggi compra un Titolo di Stato tedesco, il cosiddetto “porto sicuro” per antonomasia, pretende un rendimento che non vedeva da un’era geologica fa per i mercati finanziari post. E chi, come l’Italia, si trova sul crinale più esposto del debito europeo, paga il prezzo di questa nuova ondata di avversione al rischio. Lo spread balla, il rendimento decennale supera il 4%, e l’attesa per il verdetto di Moody’s, in questo quadro, non fa che amplificare il senso di sospensione che tiene incollati agli schermi gli operatori di mezza Europa.




