Orbán, l’abbraccio di Trump e l’assalto al potere: l’Ungheria si gioca il futuro domenica
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Non bastava l’endorsement di J.D. Vance, volato a Budapest per benedire il voto, che ci ha messo la faccia il numero due della Casa Bianca. Poi è arrivata la manovra più pesante, quella del presidente Donald Trump in persona – che dell’Ungheria ha fatto una bandiera personale – il quale non solo ha definito Viktor Orbán “un grande leader”, ma ha lanciato un appello diretto agli ungheresi invitandoli a confermargli la leadership. Sembra evidente, a questo punto, che a Budapest sia in corso un tentativo massiccio di condizionare l’esito delle urne da parte di Washington, la quale vede nel premier magiaro (un alleato scomodo per Bruxelles, ma fondamentale per certi equilibri atlantici) un baluardo insostituibile. E mentre dall’estero arrivano queste sollecitazioni inequivocabili, sul fronte interno il clima si è surriscaldato fino a diventare incandescente, con il premier uscente che ha alzato il tiro nelle ultime ore prima del voto di domenica 12 aprile.
Lo spettro delle interferenze e la “caccia alle streghe” di Orbán
In un video pubblicato sui suoi canali social, Orbán ha infatti accusato l’opposizione – quella guidata da Péter Magyar, che i sondaggi danno in netto vantaggio – di “complotta con intelligence straniere”. Una frase, quella pronunciata dal leader di Fidesz, che non lascia spazio a mezze misure: secondo il premier, gli avversari starebbero portando avanti un “tentativo organizzato di usare il caos” e la “demonizzazione internazionale” per mettere in discussione la volontà popolare. Ha parlato di “minacce di violenza” contro i suoi sostenitori e di “accuse di brogli completamente inventate”, tentando così di delegittimare in anticipo un risultato che per la prima volta dal 2010 sembra realmente in bilico. D’altronde, è lo stesso Orbán ad aver teorizzato la “democrazia illiberale”, e in queste ore sta usando tutti gli strumenti del potere – inclusa la macchina della propaganda che descrive l’Ucraina e l’UE come burattinai – per scongiurare la débâcle.
Magyar, l’ex fedelissimo che punta a smantellare il “sistema feudale”
A sfidare il premier, ormai da molti considerato l’autocrate magiaro per eccellenza, c’è proprio Péter Magyar. La sua ascesa è stata fulminea: fino a poco tempo fa era un suo alleato, parte integrante del sistema, ma poi ne è uscito contestando apertamente la corruzione dilagante e la concentrazione del potere nelle mani di pochi fedelissimi. Il partito che ha fondato solo nel 2024, Tisza, veleggia oggi verso un risultato storico: gli ultimi rilevamenti lo danno addirittura al 39 per cento, con uno scarto tale da prospettare per Orbán la prima, vera sconfitta dopo quattro mandati consecutivi. József Péter Martin, direttore esecutivo di Transparency International in Ungheria, ha definito Fidesz alla vigilia del voto “un sistema feudale”, spiegando che per debellarlo Magyar non basterà vincere di misura: servirà la maggioranza assoluta, perché le istituzioni – dalla magistratura agli organi di controllo – sono ancora intasate da uomini del premier. E proprio su questo punto si gioca la partita più delicata: se Tisya dovesse ottenere solo una maggioranza semplice, si profilerebbe una “guerra di trincea” paralizzante, con Orbán che dall’opposizione (o chissà, dalle istituzioni che controlla ancora) potrebbe rendere impossibile la governabilità.
Un voto che scuote l’Europa tra pressioni russe e dubbi sulla stampa
L’attenzione su queste elezioni, va detto, non è alta solo per la sfida interna. La posta in gioco è anche e soprattutto europea: da sedici anni Orbán rappresenta l’incarnazione più compiuta del veto e del sovranismo, capace di paralizzare le decisioni su Kiev e di aprire varchi agli interessi russi all’interno del Consiglio Ue. La sua eventuale uscita di scena ridisegnerebbe gli equilibri continentali, ma la campagna elettorale è stata talmente inquinata da forze esterne – dalla disinformazione russa che ha diffuso video deepfake di Magyar a quelle “false flag” con bandiere ucraine esposte ai comizi dell’opposizione – che il risultato finale resta avvolto nel mistero. La stampa indipendente e le ong denunciano un clima da “guerra ibrida”, in cui la verità dei fatti è diventata la prima vittima. E mentre gli ungheresi si preparano a votare, una certezza però emerge dal caos: che si tratti di una riconferma di Orbán o di un sorpasso di Magyar, il verdetto delle urne sarà più contestato e più decisivo di qualsiasi altra tornata degli ultimi trent’anni.




