Meloni blinda il governo e vola nel Golfo: “Alchimie di palazzo che non interessano nessuno”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La giornata di venerdì 3 aprile ha consegnato l’immagine di un esecutivo che prova a forzare la mano sul destino, cercando di archiviare le turbolenze del post-referendum con un mix calibrato di poltrone e petrolio. Da una parte, la formalità burocratica del giuramento al Quirinale per Gianmarco Mazzi – il nuovo ministro del Turismo che subentra alle dimissioni (esplicitamente richieste, stando alle ricostruzioni) di Daniela Santanché – e, dall’altra, l’atterraggio a sorpresa a Gedda, in Arabia Saudita. Un doppio movimento, insomma, quello messo a segno da Giorgia Meloni, che ha utilizzato la leva del Consiglio dei ministri lampo per blindare prima il fronte interno e poi proiettarsi all’esterno, in quella che viene descritta come una missione di “solidarietà” ma che sa molto di sopravvivenza economica.

L’operazione trasparenza, se così si può chiamare, è affidata a un’intervista rilasciata al Tg1, dove la presidente del Consiglio sceglie di rompere due settimane di sostanziale silenzio. Meloni liquida con una certa insofferenza quelle che definisce “alchimie di palazzo”, riferendosi al bailamme di ipotesi su voto anticipato o rimpasti che avevano alimentato il dibattito politico nelle settimane precedenti. “Il governo va avanti”, scandisce lei, ribadendo un concetto già espresso “un minuto dopo l’esito del referendum” e sottolineando che non c’è tempo da perdere, soprattutto alla luce di una “situazione complessa” che richiede azioni concrete piuttosto che chiacchiere da salotto. Nelle sue parole, c’è un tentativo evidente di mettere un argine alle fibrillazioni interne, quelle stesse che avevano trovato terreno fertile nel passo indietro della Santanché e, da ultimo, nel “caso” mediatico che ha lambito il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al quale la leader ha comunque assicurato piena fiducia.

Missione a Gedda, la partita del petrolio e i costi per le famiglie

Mentre a Roma si consumava la corsa al Quirinale per il giuramento di Mazzi – un fedelissimo capace di dialogare con tutti, da sottosegretario alla Cultura a nuovo responsabile del dicastero del Turismo –, Meloni era già proiettata verso il Medio Oriente. Una visita, quella in Arabia Saudita (con tappe previste anche negli Emirati Arabi e in Qatar), tenuta segreta per “motivi di sicurezza” fino all’ultimo, tanto che l’orario anticipato del Consiglio dei ministri aveva colto di sorpresa persino alcuni membri dell’esecutivo. L’obiettivo dichiarato è duplice: esprimere vicinanza a Paesi amici coinvolti nel nuovo conflitto del Golfo e, in modo forse più pragmatico, assicurarsi gli approvvigionamenti energetici. Da questi Stati, ha ricordato la premier, proviene circa il 15% del petrolio necessario all’Italia, e il blocco delle rotte – o semplicemente l’instabilità – rischia di tradursi in rincari pesantissimi per famiglie e imprese. La missione segue di pochi giorni quella in Algeria, a dimostrazione di una strategia di diversificazione che il governo intende portare avanti per tamponare le falle della sicurezza nazionale.

L’intervista al Tg1: niente rimpasti e una stoccata all’opposizione “sul divano”

Nel faccia a faccia con il telegiornale pubblico, Meloni non si limita a rassicurare sulla tenuta della maggioranza. Prova a tracciare il perimetro di un’emergenza reale, quella energetica, che rischia di soffocare la ripresa. “La crisi internazionale sta avendo e avrà effetti concreti negativi sull’energia e sull’economia italiana”, ammette, rivendicando però l’intervento immediato del governo con la proroga del taglio delle accise su benzina e gasolio fino al primo maggio – un provvedimento da 500 milioni di euro varato poche ore prima – per cercare di arginare l’onda d’urto. Lontana dal linguaggio trionfalistico, la premier prova a giocare d’anticipo: respinge al mittente le ricostruzioni giornalistiche su presunte crepe nell’esecutivo, definendole “divertenti” e lontane dagli interessi reali dei cittadini, e ne approfitta per una stoccata all’indirizzo delle opposizioni. Queste ultime, suggerisce Meloni, si trovano nella “fortunata posizione di chi può criticare comodamente seduto sul divano”, senza la responsabilità di dover risolvere i problemi. Un messaggio chiaro, che cerca di ribaltare la narrazione di un governo in affanno per la batosta referendaria, trasformando il momento in una prova di maturità istituzionale dove l’unica priorità è “proteggere famiglie e imprese”.

Il peso della guerra e il nodo delle spese militari

Sullo sfondo di questa offensiva diplomatica e comunicativa, resta la preoccupazione concreta per le ricadute del conflitto in Iran. Le fonti diplomatiche escludono una situazione di “emergenza” immediata, ma la corsa di Meloni nel Golfo suggerisce che l’allarme è alto. Se la guerra dovesse protrarsi, il rischio di una strozzatura energetica diventerebbe tangibile, costringendo l’Italia a rincorrere forniture alternative in un mercato già surriscaldato. Ed è proprio qui che si inserisce un altro nodo scottante, emerso durante l’ultimo vertice serale a Palazzo Chigi: il capitolo delle spese per la difesa. Mentre gli impegni internazionali (specie quelli richiesti dagli alleati Nato, in un contesto di presidenza Trump caratterizzato da rapporti non sempre lineari) spingerebbero verso un incremento degli investimenti militari, cresce il coro di chi – anche all’interno della stessa maggioranza – chiede di dirottare quelle risorse su interventi più urgenti per fronteggiare il caro energia. Un dilemma che peserà sul prossimo Documento di finanza pubblica e che rappresenta la vera cartina di tornasole della “fase due” del governo, quella in cui – come prova a dimostrare Meloni tra un volo e l’altro – le parole lasciano definitivamente spazio ai fatti, anche se i fatti, a volte, odorano di gasolio.

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