Trump e Powell, battibecco sui costi della ristrutturazione della Fed
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Un confronto imbarazzante, davanti alle telecamere, ha visto protagonista il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il numero uno della Federal Reserve Jerome Powell, giovedì, durante una visita al cantiere della nuova sede della banca centrale a Washington. L’occasione, che avrebbe dovuto essere puramente formale, si è trasformata in un botta e risposta sui costi lievitati dei lavori di ristrutturazione degli edifici della Fed.
"Siamo a 3,1 miliardi di dollari, è salito", ha affermato Trump, mostrando un documento che riportava l’aumento della spesa rispetto ai 2,7 miliardi iniziali. Powell, visibilmente sorpreso, ha replicato: "Non l’ho sentito da nessuno della Fed", prima di scoprire – sfogliando il foglio passatogli dallo stesso Trump – che nella cifra erano stati inclusi anche i lavori al Martin Building, completati cinque anni fa. Un dettaglio che ha lasciato intendere come il presidente avesse volutamente mescolato dati diversi per mettere in difficoltà il banchiere centrale.
Quello tra i due non è certo il primo scontro pubblico. Trump, che da mesi critica la politica monetaria della Fed, aveva già minacciato di licenziare Powell, colpevole – a suo dire – di non aver abbassato sufficientemente i tassi d’interesse, rimasti al 4,3% nonostante i tre tagli dello scorso anno. E proprio durante la visita, il presidente ha ribadito la sua posizione: "I tassi devono scendere", ha detto, anche se – forse consapevole delle limitazioni del suo potere – ha aggiunto che "non è necessario licenziare Powell".
L’episodio, al di là delle polemiche, riaccende i riflettori sul rapporto sempre teso tra la Casa Bianca e la banca centrale, un’istituzione che, per statuto, dovrebbe operare in autonomia dalle pressioni politiche. E mentre Trump continua a usare ogni occasione per attaccare la Fed, Powell – che ha evitato toni polemici – sembra voler mantenere una linea prudente, concentrandosi sui dati economici più che sulle provocazioni.




