Sean Penn e l’ansia da folla: “Addio agli Oscar, non andrò mai più a eventi con più di otto persone”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è chi ama il brusio dei red carpet e chi, come Sean Penn, vede in quella marea di flash e strette di mano una vera e propria gabbia per la psiche. L’attore, fresco della sua terza statuetta vinta a marzo per Una battaglia dopo l’altra, ha rotto il silenzio durante il Tribeca Film Festival in una chiacchierata con la CNN, rivelando i contorni di una scelta che molti avevano semplicemente liquidato come “snobismo” o “impegni presidenziali” (visto il suo noto attivismo in Ucraina).
La realtà, a sentire le sue parole, è molto più radicata in un disagio personale: la resa dei conti con gli spazi affollati è arrivata proprio ai Golden Globe di inizio anno, la prima volta che vi metteva piede. “È lì che ho deciso: ‘Non ce la faccio più’”, ha confessato, ammettendo che l’unica emozione che riesce a strappargli una serata di gala non è la gioia, bensì il sollievo, quel respiro profondo che arriva quando si allontana dal parcheggio dell’evento.
Il limite numerico della socialità
La dichiarazione più netta – e forse la più inquietante per chi organizza eventi a Hollywood – riguarda la soglia di tolleranza. Penn ha stabilito un confine preciso, quasi ossessivo: mai più riunioni che superino le otto persone. “Per me le cerimonie di premiazione hanno sempre rappresentato un disagio sociale, troppa gente”, ha spiegato riferendosi all’intervista con Kaitlan Collins, aggiungendo che trovarsi in un gruppo più ampio significa ricevere “quindici minuti a persona”, un conto alla rovescia che lui percepisce come una gogna.
Non si tratta, tiene a precisare, di una critica banale verso la “falsità di Hollywood” o il giro di potere dell’industria, ma di una questione pratica e fisiologica. Il problema – ha ironizzato l’attore – inizia dalla nona persona in una stanza, e per lui quella linea non si oltrepasserà mai più.
Il selfie come “succhiatore d’anima”
Se le folle sono il nemico numero uno, il selfie ne è il simbolo più detestato. Nella stessa conversazione, Penn ha scagliato una delle sue invettive più dure contro questa abitudine moderna, definendola “un succhiatore d’anima” (soul-sucker) sia per chi lo chiede sia per chi lo concede. Per rendere l’idea della sua fermezza, ha usato un’iperbole volutamente provocatoria che ha subito fatto il giro del web: nemmeno una “nonna sopravvissuta all’Olocausto con un nipote paraplegico di 6 anni” potrebbe strappargli un autoscatto.
Una dichiarazione, quella rilasciata a margine del festival, che ribadisce quanto la sua misantropia sia ormai diventata una barriera impenetrabile, al punto da sacrificare una notte come quella degli Oscar pur di preservare la propria salute mentale, previa consultazione – ha aggiunto – con i colleghi del film candidato.
L’alternativa ucraina e la visione in solitaria
Mentre i colleghi sfilavano al Dolby Theatre, Penn era a migliaia di chilometri di distanza, incontrando il presidente Volodymyr Zelensky in Ucraina. Lontano dal caos dei flash, ha comunque assistito alla diretta televisiva della kermesse (complici i fusi orari, con la diretta iniziata verso le due di notte nel paese invaso). Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, quell’edizione l’ha realmente apprezzata. “Per la prima volta mi sono goduto gli Academy Awards”, ha ammesso con una certa sorpresa, descrivendo l’esperienza a distanza come “fantastica”.
A suggellare la serata è arrivato anche un riconoscimento simbolico: una statuetta artigianale a forma di Oscar, ricavata dal metallo di un vagone ferroviario danneggiato dai bombardamenti, un trofeo che – nelle sue intenzioni – vale molto più di qualsiasi onorificenza patinata ottenuta nel tempio del cinema americano.




