Crisi del cherosene, l’estate dei voli a rischio tra tagli e rincari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo dei carburanti corre e il mondo, o quantomeno quella porzione di esso che si apprestava a decollare verso le mete delle vacanze estive, inizia a fare i conti con un fermo tecnico forzato. Le prime avvisaglie di questa paralisi, che minaccia di propagarsi come un’ombra scura sull’intero comparto della mobilità aerea, sono arrivate dalle compagnie aeree, già da settimane nell’occhio del ciclone a causa di un conflitto che ha di fatto interrotto i rifornimenti lungo lo Stretto di Hormuz. È lì, in quella sottile striscia d’acqua tra Iran e Penisola Arabica, che si decide il destino del cosiddetto jet fuel, un carburante la cui raffinazione, assai più complessa di quella della benzina tradizionale, genera una dipendenza dal Medio Oriente difficilmente arginabile nel breve periodo.

Le dichiarazioni di Michael O’Leary, l’amministratore delegato di Ryanair, hanno messo a nudo le fragilità del sistema: “Le tasse sono peggio della guerra”, ha tuonato il manager, aggiungendo – nel suo stile diretto e talvolta brutale – che finché l’amministrazione americana gestirà così male la situazione in Medio Oriente, i prezzi rimarranno alle stelle. La sua previsione, che faceva affidamento su scorte sufficienti forse solo fino a maggio salvo poi “chissà”, ha trovato un contraltare nei timori espressi dai gestori degli scali toscani. Federico Barraco, direttore comunicazione e marketing di Toscana Aeroporti, ha rivelato che al momento, nonostante la tensione, “tutto è nella normalità” per quanto riguarda Peretola e Pisa, pur ammettendo che le preoccupazioni crescono di giorno in giorno e che si sta insistendo per ottenere un quadro chiaro a livello europeo.

Lo stoccaggio quotidiano e l’incognita delle autobotti

La routine dei rifornimenti negli aeroporti secondari, come quelli gestiti dalla società toscana, rivela una vulnerabilità logistica che i grandi hub possono forse permettersi di ignorare solo fino a un certo punto. “Noi come società – ha chiarito Barraco – non gestiamo carburante: abbiamo un deposito nostro a Pisa e a Peretola il deposito di due compagnie petrolifere”. Il problema di fondo, che emerge dalla sua analisi, riguarda l’origine di quelle autobotti che ogni giorno riforniscono i serbatoi. Quello di Firenze, ad esempio, viene rabboccato quotidianamente senza un vero e proprio stoccaggio a medio termine, mentre quello pisano ogni due giorni. L’unica criticità registrata, paradossalmente, è stata durante il Ponte di Pasqua, ma in quel caso l’interruzione dei rifornimenti non era dovuta alla guerra bensì al fatto che i mezzi pesanti, bloccati per le festività, non sono circolati per quattro giorni consecutivi. Se a livello nazionale una società terza ha stimato che la fine di maggio rappresenti la scadenza simbolica della resistenza, nei piccoli scali si vive alla giornata, nell’attesa di sapere se le petroliere riprenderanno a solcare lo Stretto.

La stangata di Lufthansa e le rotte cancellate

Se negli hub secondari si trattiene il fiato, nei grandi colossi del settore si è già passati all’azione. Lufthansa, la principale compagnia tedesca, ha annunciato una drastica riduzione dell’operatività che, nei fatti, si traduce nella cancellazione di ventimila voli fino a ottobre. Una doccia fredda per il mercato, che pure sembrava essersi ripreso dopo la pandemia, ma che ora deve fare i conti con un’equazione semplice e spietata: il prezzo del carburante per aerei è più che raddoppiato in alcuni mercati globali da fine febbraio, quando gli Stati Uniti hanno intensificato le operazioni militari nella regione. La compagnia tedesca, che ha dichiarato di aver messo in sicurezza le forniture “per le prossime settimane”, ha spiegato che i tagli riguarderanno principalmente voli a corto raggio e rotte meno redditizie concentrati negli hub di Francoforte e Monaco, uno sforzo necessario per preservare l’equivalente di circa 40 mila tonnellate di carburante.

La buona notizia, almeno per la Toscana, arriva da una precisazione dello stesso Barraco: la compagnia aerea tedesca, contrariamente a quanto si potrebbe temere, non ha incluso gli scali italiani nel suo piano di smantellamento estivo. Sembra, stando alle informazioni raccolte, che i voli cancellati da Francoforte e Monaco riguardino principalmente le tratte verso Polonia e Norvegia, lasciando quindi momentaneamente indenne il traffico verso la penisola. Una magra consolazione, se si considera che il razionamento del carburante spinge inevitabilmente al rialzo le tariffe e riduce l’offerta complessiva di posti, creando un effetto domino che finirà per colpire anche i passeggeri in partenza da Firenze o Pisa, magari costretti a scali più costosi su vettori terzi. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha stimato che in Europa rimangano solo circa sei settimane di scorte di cherosene, un lasso di tempo che si sta esaurendo con l’avvicinarsi della piena estate.

La lunga estate dei rimborsi e il futuro dei viaggiatori

Di fronte a questa prospettiva, il passeggero comune si trova disorientato: il rischio concreto che un aereo resti a terra non per un guasto meccanico (il classico “problema tecnico” delle comunicazioni di rito) ma per l’assenza fisica della materia prima che gli permette di volare, non è più una suggestione fantascientifica. Le compagnie, dal canto loro, iniziano a modificare le regole del gioco: alcune hanno già rivisto le politiche sul check-in o introdotto sovrapprezzi straordinari per il bagaglio, tentando di scaricare sul viaggiatore il peso dei bilanci in rosso. Chi ha già prenotato un biglietto per i prossimi mesi si chiede quali tutele esistano in caso di cancellazione legata allo shortage di carburante, una casistica che si colloca in una terra di confine tra la forza maggiore (solitamente non rimborsabile) e l’organizzazione aziendale (dove scattano invece le penali).

La guerra in Iran, con il suo braccio di ferro navale a Hormuz, sta riscrivendo i piani di volo dell’estate 2026. Le parole di O’Leary (“carburante fino a maggio”) e l’inciampo logistico degli scali minori dipingono il ritratto di un comparto che, paradossalmente, pur essendo abituato alle turbolenze, non aveva mai affrontato una scarsità fisica delle riserve di questo calibro. L’appello della Commissione Europea per mappare i depositi e creare un “osservatorio” dimostra che il problema è percepito come sistemico, ma la soluzione non sarà né immediata né indolore. Per ora, l’unica certezza è che volare costerà di più e che la tanto sospirata normalità post-Covid si scontra con una geografia politica dove lo scorrimento del greggio non è affatto scontato.

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