La data che fa tremare i voli estivi: il 9 aprile finisce il cherosene dal Golfo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’è una data che, nelle riunioni operative e tra i piani di emergenza delle principali compagnie aeree europee, sta assumendo i contorni di una scadenza quasi fatidica: il 9 aprile 2026. Quel giorno, infatti, arriverà a Rotterdam l’ultimo carico di cherosene proveniente dal Golfo Persico prima che il blocco dello Stretto di Hormuz – uno dei colli di bottiglia più critici per il traffico petrolifero mondiale – interrompa di fatto i rifornimenti verso il Vecchio Continente. A trasportarlo è la petroliera Rong Lin Wan, un gigante di 250 metri partito dal Kuwait a fine febbraio; la nave, in queste ore, sta costeggiando l’Africa occidentale, aggiungendo 206 mila chilometri extra a un viaggio già complesso, con un surplus di 1.900 tonnellate di CO2 al giorno. Un costo ambientale e logistico che, però, passa in secondo piano rispetto al problema principale: dopo quella nave, almeno per un periodo imprecisato, non arriverà più niente.

L’Europa non è autosufficiente e il 40% del carburante arriva da quella rotta

Il dato strutturale che trasforma questa interruzione da problema tecnico a crisi sistemica è presto detto: l’Europa importa circa il 40% del carburante per aerei di cui necessita, e gran parte di quella quota transitava proprio attraverso Hormuz. Non si tratta, va chiarito, di un’emergenza immediata con i serbatoi a secco dal 10 aprile; le riserve e le scorte di sicurezza permetteranno di volare ancora per qualche settimana. Tuttavia, la fine dei flussi programmati segna l’inizio di una fase nuova, dove la scarsità diventa il vero fattore di pressione. A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge l’impennata dei prezzi: il carburante è cresciuto del 134% dall’inizio della crisi, un balzo che da solo basterebbe a mettere in ginocchio i bilanci di molte compagnie, se non fosse accompagnato dalla riduzione fisica della materia prima.

L’hedging non basta più, e i costi aggiuntivi diventano miliardari

Alcuni vettori, è vero, si erano coperti in anticipo. Il Gruppo Lufthansa, per fare un esempio tra i più noti, adotta da tempo una politica di acquisto del cherosene mesi prima dell’utilizzo, una pratica che nel gergo si chiama hedging e che serve proprio a isolare le operazioni dalle fluttuazioni del mercato. Ma la percentuale di voli non protetta da questi strumenti – quella esposta al prezzo spot e alla disponibilità reale – si sta già traducendo in costi aggiuntivi miliardari. E c’è un’altra variabile, forse ancora più insidiosa del rincaro: la scarsità fisica. Perché quando il prodotto comincia a scarseggiare, nemmeno un hedge perfetto può garantire il rifornimento, se i serbatoi dei fornitori restano vuoti.

La data da segnare in rosso per le vacanze estive

Per i passeggeri che stanno pianificando l’estate 2026 – magari prenotando già voli e soggiorni – il 9 aprile diventa quindi un termine simbolico da tenere a mente. Non certo perché i voli spariscano all’istante, ma perché da quella data in poi la programmazione delle compagnie entrerà in una fase di crescente incertezza. Le cancellazioni, se arriveranno, non saranno improvvise: si concentreranno piuttosto sulle rotte meno redditizie, sugli scali secondari e sui collegamenti dove il margine operativo è già sottile. Alcune mete – quelle più lontane o servite da tratte non coperte da hedging sufficiente – potrebbero rivelarsi più a rischio di altre. E chi avrà già pagato il biglietto rischierà di dover rincorrere rimborsi lenti o voucher, in un settore che storicamente, in situazioni di crisi, non eccelle in rapidità di liquidazione.

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