L’allarme degli aeroporti europei: «Cherosene in esaurimento in tre settimane, voli estivi a rischio se Hormuz non riapre»
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Redazione Economia
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La spada di Damocle del cherosene, un carburante che muove l’economia del vecchio continente e che ora rischia seriamente di scarseggiare prima ancora che l’estate abbia inizio, è tornata a far sentire il proprio sinistro tintinnio sopra le teste dei passeggeri e dei vettori. L’associazione che rappresenta gli scali europei, Aci Europe, ha rotto gli indugi inviando una lettera di fuoco ai commissari Ue all’Energia e ai Trasporti, un documento in cui si avverte senza mezzi termini che il destino dell’aviazione è appeso a un filo sottilissimo, quello dello Stretto di Hormuz. Se il transito attraverso quella stretta lingua di mare, che di fatto è il principale corridoio per le importazioni energetiche dal Golfo Persico, non dovesse riprendere con regolarità e in maniera stabile entro le prossime tre settimane, ci troveremo di fronte a una carenza sistemica di jet fuel: ne va della capacità dell’Europa di tenere i propri aerei in volo nel momento di maggiore traffico dell’anno.
I numeri della dipendenza e le crepe nelle riserve
A complicare ulteriormente un quadro già di per sé fosco, ci pensano i numeri che emergono dalle analisi delle scorte interne. Il Vecchio Continente, va ricordato, importa circa il 43% del proprio fabbisogno annuale di carburante per l’aviazione proprio da quell’area mediorientale ora in fiamme. Un dato, quest’ultimo, che fotografa una vulnerabilità strutturale contro cui fino a ieri si era preferito chiudere gli occhi. Lo scenario peggiore, delineato dagli analisti e riportato da fonti comunitarie, parla di un’autonomia a dir poco eterogenea: mentre due soli Paesi membri potrebbero resistere fino a novanta giorni sfruttando le proprie riserve strategiche, la maggioranza degli Stati membri non andrebbe oltre il mese. E ci sono casi, peraltro particolarmente critici, in cui le scorte disponibili garantirebbero la piena operatività per soli otto o dieci giorni, dopodiché il rubinetto si chiuderebbe.
Le ripercussioni sui bilanci e la gestione silenziosa della crisi
Non si tratta, occorre precisarlo, di un’allerta che riguarda esclusivamente i tecnici dei ministeri. L’onda d’urto si sta già facendo sentire sui bilanci delle compagnie aeree, dove la voce “carburante” pesa come un macigno: prima dell’escalation bellica incideva per circa un quarto sui costi operativi, ma con i prezzi del cherosene schizzati oltre i 1.800 dollari a tonnellata (più del doppio rispetto a febbraio), l’incidenza è salita a valanghe fino a toccare punte del 45%. In alcuni aeroporti italiani e del Nord Europa, intanto, si registrano i primi segnali di una gestione “silenziosa” dell’emergenza: i rifornimenti vengono contingentati, si dà priorità ai voli di linea o sanitari rispetto all’aviazione generale, e in qualche caso si fissano tetti massimi di litri erogabili per singolo decollo. Sono misure che, sebbene non comportino ancora la cancellazione generalizzata dei voli, testimoniano come la tensione sia già alta nelle sale operative degli scali.
La risposta mancante di Bruxelles e l’effetto domino sul turismo
Ciò che lascia perplessi gli operatori, oltre alla cronica mancanza di carburante, è la sostanziale inerzia delle istituzioni comunitarie. Nella lettera visionata dal `Financial Times`, il direttore generale di Aci Europe, Olivier Jankovec, sottolinea un paradosso inaccettabile: al momento non esiste una mappatura condivisa, né una valutazione coordinata a livello europeo della produzione e della disponibilità effettiva di cherosene. Ogni Stato membro, di fatto, naviga a vista. E questa frammentazione rischia di trasformarsi in un boomerang economico devastante proprio nel momento in cui l’intero ecosistema turistico, dalle località balneari alle capitali d’arte, si prepara ad accogliere i flussi estivi. Senza una riapertura rapida e stabile di Hormuz, insomma, il ronzio dei motori potrebbe lasciare presto spazio a un silenzio irreale, quello delle piste deserte e dei viaggiatori bloccati a terra.




