Meta e Youtube condannati per la “dipendenza” dei giovani: il verdetto storico di Los Angeles

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Los Angeles. Una giuria popolare, composta da dodici cittadini, ha stabilito che Meta e YouTube sono giuridicamente responsabili per la dipendenza che le loro piattaforme hanno causato in una giovane utente, gettando le basi per una possibile rivoluzione nelle aule di tribunale americane. Il verdetto, pronunciato presso la Corte Superiore della California, rappresenta la prima volta che un collegio giudicante accoglie la teoria secondo cui i social network possano essere considerati prodotti difettosi, progettati deliberatamente per creare una forma di assuefazione paragonabile a quella del fumo o del gioco d’azzardo. Le parti convenute, il colosso guidato da Mark Zuckerberg e la controllante di YouTube, Alphabet, sono state ritenute negligenti nella progettazione e nella gestione dei propri servizi: una decisione che potrebbe innescare un effetto domino su oltre duemila cause pendenti sul territorio nazionale, dato che si tratta del primo caso pilota tra quelli consolidati.

La battaglia legale di Kaley e la strategia legale “anti-tabacco”

A promuovere l’azione giudiziaria è stata Kaley, una ragazza di vent’anni residente a Chico, che ha trascorso gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza incollata allo schermo. La sua storia inizia a sei anni con YouTube, prosegue a nove con l’iscrizione a Instagram (nonostante i divieti materni) e si trasforma in una routine ossessiva che, secondo le tesi difensive, ha alterato la sua percezione di sé, portandola a sviluppare ansia e depressione. Ciò che ha fatto pendere l’ago della bilancia, in questo caso, è stato l’approccio utilizzato dai suoi legali: invece di impuntarsi sui contenuti pubblicati dagli utenti (una strada spesso bloccata dal cosiddetto Section 230), hanno puntato il dito contro l’architettura stessa delle piattaforme, ovvero quelle funzioni ingegneristiche che tengono l’utente incollato al telefono.

I documenti interni emersi durante il dibattimento, e i testimoni chiamati a deporre, hanno scoperchiato un sistema che premia l’engagement a scapito della salute mentale dei minori. La giuria ha concordato sul fatto che caratteristiche tecniche come lo scroll infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche push e i filtri estetici non siano affatto casuali, ma costituiscano invece un progetto industriale volto a “agganciare” i più giovani. Non a caso, l’impostazione della difesa ha ricalcato le battaglie legali contro le multinazionali del tabacco: l’avvocato Mark Lanier, noto per le sue arringhe spettacolari, ha definito le aziende tecnologiche dei veri e propri “pusher” di una droga digitale.

Responsabilità e primi risarcimenti: un precedente che pesa

Il responso della giuria è stato netto. I giudici popolari hanno stabilito che Meta e YouTube hanno agito con dolo o frode, determinando un danno sostanziale per la giovane querelante. Per questo motivo, le società sono state condannate al pagamento di un risarcimento complessivo di 3 milioni di dollari per il danno effettivo, cifra alla quale si aggiungono ulteriori 3 milioni a Titolo punitivo, un segnale chiaro volto a sanzionare l’atteggiamento ritenuto colposo. Il peso della condanna è stato ripartito in percentuali precise: il 70% della responsabilità (pari a circa 2,1 milioni di dollari) è stato attribuito a Meta, titolare di Instagram e Facebook, mentre il restante 30% (900 mila dollari) è stato imputato a Google per YouTube.

TikTok e Snap, proprietaria di Snapchat, erano inizialmente nel mirino della stessa causa, ma hanno evitato il verdetto raggiungendo un accordo extragiudiziale con la querelante prima dell’avvio del processo. Per Meta e Google, invece, la sconfitta arriva in un momento di crescente pressione normativa. Solo il giorno prima, un’altra giuria in New Mexico aveva condannato la società di Zuckerberg a pagare 375 milioni di dollari per aver messo a rischio i minori, trasformandoli in potenziali prede sessuali.

La strategia della difesa e le reazioni delle Big Tech

Nel corso delle settimane di dibattimento, le difese hanno cercato di smontare la tesi dell’accusa sostenendo che la salute mentale degli adolescenti è un fenomeno complesso, determinato da una molteplicità di fattori che non possono essere ricondotti esclusivamente all’uso di uno smartphone. Gli avvocati di Meta hanno tentato di spostare l’attenzione sulle difficoltà familiari vissute dalla ragazza, mentre YouTube ha contestato la reale quantità di tempo trascorso sulla piattaforma. Tuttavia, queste argomentazioni non hanno convinto i giudici popolari, che hanno risposto affermativamente a tutte le domande sui moduli di verdetto riguardanti la negligenza e il pericolo prevedibile.

A seguito della sentenza, entrambe le aziende hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso. Un portavoce di Meta ha dichiarato di rispettosamente dissentire dalla conclusione, ribadendo che il benessere degli adolescenti è un tema complesso e non riconducibile a una singola app. Dal canto suo, Google ha replicato sostenendo che il caso fraintende la natura di YouTube, definita come una piattaforma di streaming costruita in modo responsabile. Nonostante le contestazioni, l’esito di questo “caso sentinella” rischia ora di influenzare pesantemente le prossime udienze previste in California, sia a livello statale che federale, dove sono in attesa di giudizio migliaia di altre richieste di risarcimento presentate da famiglie e distretti scolastici.

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