La cena delle cozze e il veleno nella dispensa: il giallo della ricina a Pietracatella

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’avvocato Vittorino Facciolla, che ha da poco assunto la difesa di Gianni Di Vita – il commercialista finito suo malgrado al centro di una delle vicende giudiziarie piú complesse degli ultimi mesi – ha fornito dettagli inediti su quanto accaduto quella sera del 23 dicembre, quando Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita si sarebbero sedute a tavola per l’ultima cena prima di crollare, giorni dopo, in un quadro clinico devastante. “Tutti hanno mangiato le cozze”, ha dichiarato il legale nel corso di un’intervista esclusiva ripresa da Dentro la notizia, cercando di ricostruire un menu che appare, a questo punto, sempre piú simile a una scena del crimine.

Secondo quanto riportato dallo stesso Facciolla, richiamando il racconto puntuale del suo assistito, sulla tavola sarebbero finiti alcuni resti di un pranzo d’ufficio del giorno prima – appunto, le cozze – accompagnati da un vasetto di giardiniera di verdure sott’aceto e da alcuni salumi. Antonella, rientrata tardi dal lavoro, non aveva avuto tempo per cucinare, e cosí la cena era stata “approntata” in fretta con quel che si trovava in frigorifero e in dispensa. Un dettaglio, quest’ultimo, che potrebbe rivelarsi cruciale per gli inquirenti, concentrati ora sull’ipotesi – ancora tutta da verificare – che Gianni Di Vita non abbia in realtá consumato il pasto con la moglie e la figlia quella sera.

Le ombre sul convivio e la svolta degli esami tossicologici

La ricostruzione della serata diventa decisiva alla luce dei risultati forniti dal Centro Antiveleni di Pavia, che hanno sostanzialmente ribaltato le prime impressioni investigative. Mentre i tabulati di laboratorio hanno confermato la presenza di ricina – una potentissima tossina estratta dai semi di Ricinus communis – nei tessuti delle due vittime, lo stesso marito e padre è risultato negativo al medesimo marcatore biologico. Una discrasia che non puó essere liquidata come un banale caso, considerando che la tossina, se ingerita in dosi sufficienti a uccidere una persona robusta, lascia tracce ematiche inequivocabili per diversi giorni.

Gianni Di Vita, ricoverato qualche giorno dopo allo Spallanzani di Roma per un lieve malessere, é stato sottoposto ai medesimi accertamenti dei suoi cari. L’esito, filtrato da fonti investigative, parla chiaro: nessun marker di avvelenamento. “Il mio assistito vuole essere collaborativo”, ha ripetuto l’avvocato Facciolla, che ha annunciato la nomina di un consulente tossicologo di alto profilo per affiancare il medico legale incaricato dalla difesa. L’obiettivo dichiarato é quello di contestare, se necessario, la catena di custodia dei reperti o di verificare la possibilitá di contaminazioni crociate, anche se al momento gli investigatori sembrano procedere spediti lungo la pista dell’omicidio premeditato.

La Procura di Larino indaga per duplice omicidio e spunta una lista di nuovi nomi

Il fascicolo aperto dalla procura di Larino, competente per territorio, ipotizza al momento un duplice omicidio a opera di ignoti, ma il lavoro della Squadra Mobile di Campobasso – diretta da Marco Graziano – si é intensificato nelle ultime ore. Accanto ai numerosi interrogatori dei familiari, compresa la figlia maggiore della coppia (che quella sera era fuori a mangiare una pizza), gli inquirenti hanno ascoltato cinque nuove persone finite nel registro degli indagati o comunque informate sui fatti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che getta ulteriore benzina sul fuoco di un giallo destinato a tenere banco per mesi.

La ricina, va ricordato, non è una sostanza che si trova per caso sulla tavola. Per estrarre il veleno dai semi di ricino – una pianta ornamentale purtroppo diffusissima anche in Italia – serve una certa dimestichezza con processi chimici o, quanto meno, l’accesso a polveri tossiche di derivazione industriale. Non esiste un antidoto, e i sintomi (vomito, diarrea emorragica, collasso multiorgano) compaiono dopo un periodo di latenza che rende quasi impossibile un intervento tempestivo, come purtroppo accaduto alle due vittime, decedute tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso.

Le incongruenze nel racconto e l’attesa per la perizia definitiva

A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge un particolare logistico non trascurabile. I netturbini sono passati sia il 24 che il 26 dicembre nella casa di Pietracatella, portando via in discarica ogni residuo alimentare. Significa che i resti delle famigerate cozze, della giardiniera e dei salumi – che avrebbero potuto contenere le tracce del veleno – sono andati perduti o, nella migliore delle ipotesi, risultano ormai non piú analizzabili. Un cortocircuito investigativo che rende ancora piú centrale il lavoro dei tossicologi sui fluidi biologici delle vittime.

Gianni Di Vita, ex sindaco del paese e a lungo tesoriere del Partito Democratico in regione, si trova in una posizione ambigua: formalmente parte offesa, data la perdita della moglie e della figlia, ma sottoposto a un pressing mediatico e giudiziario che il suo nuovo difensore definisce “devastante”. “É una persona che stimo moltissimo”, ha dichiarato Facciolla, spiegando il cambio dell’avvocato proprio con la necessitá di avere al fianco un professionista di fiducia in un momento simile. Nei prossimi giorni, l’arrivo della relazione definitiva del Centro Antiveleni di Pavia potrebbe finalmente fugare ogni dubbio sulla natura della sostanza letale, anche se – con ogni probabilità – i dubbi sulle reali dinamiche di quella cena destinata a trasformarsi in una tragedia resteranno ancora a lungo al centro dell’inchiesta.

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