Gaza, un mese di tregua e il braccio di ferro sugli aiuti: il piano americano e la vita sospesa nella striscia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un mese fa, il 10 ottobre 2025, entrava ufficialmente in vigore il cessate il fuoco negoziato dall'amministrazione Trump tra Israele e Hamas, un accordo che avrebbe dovuto rappresentare il primo passo concreto verso la fine delle ostilità e l'avvio di un percorso di ricostruzione per la Striscia di Gaza. Eppure, a distanza di trenta giorni, la parola "pace" continua a essere un concetto astratto, sospeso tra le clausole di un piano in venti punti e una realtà fatta di macerie, sfollati e un accesso agli aiuti umanitari che resta al centro di un braccio di ferro politico e diplomatico.

Da una parte, l'esercito israeliano controlla vaste porzioni del territorio; dall'altra, la popolazione civile, circa 2,1 milioni di persone, è concentrata in un'area costiera che somiglia sempre più a un campo profughi a cielo aperto, dove la sopravvivenza quotidiana dipende da convogli umanitari e dalla volontà politica di chi tiene le chiavi dei valichi.

Il piano Trump e il nodo degli aiuti umanitari

L'accordo in venti punti promosso dal presidente americano Donald Trump aveva stabilito, nella sua prima fase, l'ingresso di almeno 400 camion di aiuti al giorno, per poi arrivare a una media di 600 mezzi giornalieri. Numeri che la Casa Bianca ha rivendicato come un successo: secondo fonti ufficiali statunitensi, dal 10 ottobre sarebbero transitati in media 674 camion al giorno, per un totale di quasi 15.000 veicoli censiti fino ai primi di novembre.

Un portavoce della Casa Bianca ha parlato di "uno sforzo storico" per rispondere ai bisogni della popolazione, sottolineando il ritorno di beni di prima necessità come le uova sugli scaffali, assenti da febbraio a causa del blocco totale imposto da Israele. Tuttavia, queste cifre positive sono state immediatamente contestate dalle autorità palestinesi e dalle organizzazioni umanitarie, che denunciano una situazione molto più critica di quanto i numeri ufficiali lascino intendere. Il governo di Gaza, ad esempio, ha dichiarato che solo 4.453 veicoli commerciali e di aiuti sono effettivamente entrati nella Striscia dall'inizio della tregua, vale a dire il 28% di quanto dichiarato da Israele e Stati Uniti. Un divario che alimenta i sospetti di chi parla di una "fame orchestrata" e di un uso politico degli aiuti come strumento di pressione.

La crisi alimentare: miglioramenti e fragilità

Le agenzie internazionali hanno registrato un miglioramento della crisi alimentare, con un calo della malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni, che ora si attesta all'1,3%, un dato sorprendente se paragonato a quello dei Paesi vicini come Siria (12%), Sudan (17%) e Yemen (16%). Il rapporto della Classificazione Integrata delle Fasi di Sicurezza Alimentare (IPC) ha attribuito questi progressi alla riduzione dei combattimenti e al maggiore ingresso di aiuti, ma ha subito lanciato un allarme: le condizioni restano estremamente fragili.

Tutti e cinque i governatorati di Gaza sono classificati in "crisi" (Fase 3) e oltre 200.000 persone vivono una condizione di "emergenza" (Fase 4) per quanto riguarda l'insicurezza alimentare. Quasi 75.000 bambini sotto i cinque anni avranno bisogno di cure per malnutrizione acuta fino ad aprile 2027, e i casi di arresto della crescita, una compromissione permanente dello sviluppo, sono in aumento, segno degli effetti a lungo termine di un conflitto che ha distrutto mezzi di sussistenza e terreni agricoli.

Il rapporto avverte che anche "piccole interruzioni all'accesso umanitario potrebbero rapidamente vanificare i recenti progressi", un monito che appare profetico alla luce delle tensioni in corso.

Il braccio di ferro su Rafah e il ruolo di Hamas

Il cuore del contenzioso politico è il valico di Rafah, la cui riapertura è stata più volte rinviata a causa dello stallo sulla restituzione dei corpi degli ostaggi israeliani e di un attacco, il 28 ottobre, attribuito da Israele ad Hamas. Il governo Netanyahu utilizza il via libera ai convogli umanitari come leva per ottenere concessioni sul fronte degli ostaggi, mentre il gruppo terroristico palestinese, che l'Unione Europea e gli Stati Uniti considerano incompatibile con qualsiasi futuro governo della Striscia, continua a esercitare il suo controllo sul territorio.

L'accordo di pace prevedeva il ritiro delle truppe israeliane e il disarmo di Hamas, ma il primo ministro Benjamin Netanyahu ha recentemente respinto un piano alternativo in quindici punti, dichiarando che le forze israeliane non si ritireranno finché Hamas non sarà completamente smilitarizzata. Una posizione che, di fatto, congela la situazione e rende la tregua una fase di stallo, più che un vero passo verso la pacificazione. Nel frattempo, il ministero della Salute di Gaza ha documentato oltre 1.185 persone uccise da attacchi israeliani dall'inizio del cessate il fuoco, un numero che testimonia come, nonostante il silenzio delle armi su larga scala, la violenza e le vittime civili continuino a essere una tragica costante.

La vita sotto assedio e le voci dei sopravvissuti

La storia dei coniugi Al-Siqili, raccontata dai media internazionali, è emblematica della drammatica incertezza che segna la vita a Gaza da oltre un anno. Separati dalla guerra, Ahmed e Hayat hanno vissuto mesi di angoscia e silenzio, senza sapere se l'altro fosse ancora vivo, mentre Hayat si spostava da un rifugio all'altro con i loro sei figli, tutti poi uccisi nel conflitto. La loro storia è quella di una famiglia distrutta, ma anche di un'intera popolazione che ha perso i legami con il passato e il diritto a un futuro.

Mentre la diplomazia internazionale si interroga su come applicare un piano di pace che esiste più sulla carta che nella realtà, Gaza resta sospesa tra la necessità di ricostruire e la continua minaccia di una nuova escalation. Le organizzazioni umanitarie chiedono un accesso sicuro e senza ostacoli, ma la strada verso una tregua umanitaria che possa definirsi tale appare ancora lunga, in un contesto in cui la fame e le bombe continuano a mietere vittime tra gli ultimi e i più deboli.

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