Pensioni, contributi volontari più cari nel 2026: l'Inps pubblica le nuove tabelle con gli aumenti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’adeguamento delle cifre all’inflazione, quell’1,4 per cento registrato dall’Istat nel corso del 2025, produce i suoi effetti anche sulla previdenza integrativa privata, e così per chi ha deciso o sta valutando di coprire periodi scoperti versando contributi volontari, il conto che l’Inps presenta per il 2026 risulta leggermente più salato. L’istituto nazionale di previdenza sociale, con una circolare pubblicata l’11 marzo scorso, la numero 27, ha ufficializzato gli importi aggiornati che lavoratori dipendenti, artigiani, commercianti e iscritti alla gestione separata dovranno mettere in conto qualora intendano proseguire la loro carriera assicurativa autonomamente, e la sostanza, al netto delle variazioni percentuali, è che la spesa minima annua per garantirsi un anno di contribuzione si attesta ora attorno ai quattromiladuecento euro.

L’aumento per i dipendenti e il meccanismo del minimale

Per i lavoratori dipendenti non agricoli, che rappresentano la platea più numerosa tra coloro che ricorrono a questo istituto, la soglia minima di spesa da sostenere nel 2026 è stata fissata in 4.199,73 euro, una cifra che segna un incremento di circa sessanta euro rispetto ai 4.141 euro richiesti lo scorso anno. Questo importo, spiegano dall’Inps, deriva dall’applicazione dell’aliquota contributiva del 33 per cento – quella in vigore per chi ha avviato la prosecuzione volontaria dopo il 1995 – a una retribuzione minima settimanale rivalutata, che passa dai 241,36 euro del 2025 agli attuali 244,74 euro. Il calcolo, in sostanza, moltiplica questo valore settimanale per il numero di settimane dell’anno, ottenendo così una base imponibile annua minima di 12.726,48 euro, sulla quale viene poi applicata l’aliquota per determinare il contributo dovuto. Per chi, invece, era già autorizzato alla contribuzione volontaria prima del 1996, l’aliquota resta quella del 27,87 per cento, un dato storico che evidentemente continua a convivere con il nuovo regime.

Le tabelle per artigiani e commercianti e i nuovi scaglioni

Diverso, e forse anche più complesso, il discorso per i lavoratori autonomi iscritti alle gestioni artigiani e commercianti, dove il sistema di calcolo non si basa su un minimale unico ma su un meccanismo di classi di reddito che tiene conto della media percepita negli ultimi tre anni di attività effettiva. L’Inps, nella stessa circolare, ha reso disponibili le tabelle aggiornate per il 2026, che confermano le aliquote di base al 24 per cento per gli artigiani e al 24,48 per cento per i commercianti, valore quest’ultimo allineato anche per i collaboratori under 21. Ne deriva una contribuzione mensile che varia, a seconda dello scaglione di reddito medio in cui si viene collocati: si parte da un minimo di 376,16 euro al mese per gli artigiani con redditi fino a 18.808 euro, per arrivare a cifre superiori man mano che si sale di classe, fino ai 1.124,48 euro mensili per chi si colloca nella fascia più alta, quella con reddito medio pari o superiore a 56.224 euro. Per i commercianti, analogamente, il ventaglio mensile va dai 383,69 euro della prima classe fino a 1.146,97 euro dell’ottava e ultima.

La gestione separata e i costi più elevati per professionisti e collaboratori

Ancora più oneroso, mediamente, il versamento per chi è iscritto alla gestione separata dell’Inps, una categoria che include professionisti senza cassa propria e collaboratori coordinati e continuativi. In questo caso, l’aliquota previdenziale di riferimento è quella del 33 per cento, che scende al 25 per i soli titolari di partita Iva, ma il punto cruciale è che il reddito minimale sul quale calcolare il contributo, quello necessario per ottenere un accredito valido, è stato confermato a 18.808 euro per il 2026. Tradotto in termini pratici, significa che un professionista con partita Iva dovrà versare almeno 4.702,08 euro all’anno, equivalenti a 391,84 euro al mese, mentre per un collaboratore senza partita Iva la cifra minima annua sale addirittura a 6.206,64 euro, circa 517 euro mensili. Una differenza, quest’ultima, che riflette la diversa aliquota contributiva applicata alle due sottocategorie e che rende la scelta della prosecuzione volontaria particolarmente impegnativa, economicamente parlando, per chi proviene da rapporti di lavoro parasubordinato.

I parametri di calcolo e il massimale per i nuovi iscritti

Oltre agli importi minimi, la circolare Inps fornisce anche gli altri parametri che servono a definire il quadro complessivo della contribuzione volontaria. Viene fissata, ad esempio, la prima fascia di retribuzione annuale, quella oltre la quale scatta l’aliquota aggiuntiva dell’1 per cento per i dipendenti, che per il 2026 è pari a 56.224 euro. Sopra questo tetto, insomma, il costo del contributo aumenta ulteriormente. E viene aggiornato anche il massimale contributivo, quel limite oltre il quale non è obbligatorio versare, fissato a 122.295 euro per quei lavoratori che non avevano contribuzione al 31 dicembre 1995 o che hanno optato per il sistema interamente contributivo. Valori tutti, questi, che concorrono a delineare un quadro preciso di quanto possa costare, oggi, mantenere viva la propria posizione previdenziale versando di tasca propria, un onere che l’adeguamento all’inflazione rende, anno dopo anno, un po' più pesante.

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